LeBron – Curry: clash of titans

LeBron – Curry: clash of titans

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The Finals, la serie finale che assegnerà il titolo e l’ambitissimo anello ad una delle due franchigie NBA in corsa, si sta dimostrando più equilibrata del previsto. Due a due dopo quattro gare su sette.

Avrei pensato, senza tema di smentita dalla realtà, ad un 4-1 per Golden State: la formazione dei guerrieri di San Francisco – Oakland, capitanati dall’immenso Stephen Curry, avevano continuato nei play-off il percorso quasi netto imposto nella regular season: si pensi che il loro coach, Steve Kerr (bucaniere di lungo corso nel campionato professionistico americano, dove da giocatore avrà girato otto città), fu scelto per l’All star game avendo come record al momento 42 vinte e 9 perse. Capitanati, dicevo, perché attorno al valente campione di Akron, OH giostra un sapiente mix di esperienza (Iguodala, Barbosa) e gioventù (Clay Thompson, Festus Ezeli).

Di fronte Cleveland, praticamente un giocatore solo: LeBron James. Il trentunenne di Akron, OH (ma va?) ritorna in riva al lago Erie da Miami, e immediatamente porta la franchigia dell’Ohio ai massimi livelli. Purtroppo il roster di Cleveland, parere personale, non è all’altezza di quello rivale, e gran parte delle chance di vittoria sono legate all’uzzolo di far sfracelli del buon James. Intendiamoci: la squadra è comunque di alto livello, ma si ha spesso la sensazione che la LeBron-dipendenza sia talmente dominante da cancellare qualsiasi altro schema di vittoria. Inoltre gente come Marion, Haywood, Miller e spesso anche il lunghissimo teresino Anderson Varejao sembrano avere alle spalle le proprie stagioni migliori.

Assieme al campionissimo James, comunque, uno che come Ibra fece in Italia sposta gli equilibri di un campionato intero, la forza dei cavalieri di Cleveland sta nella guida tecnica.

Non lo nego: Davìd Blatt, cinquattottenne bostoniano naturalizzato israeliano, è uno dei miei allenatori preferiti. Ne ammirai le doti al Maccabi, tanti anni fa; e poi in una stellare Benetton Treviso, ed ancora come tecnico di Russia e Dinàmo St Petersburg e Mosca. Ritornato ai Maccabei, vinse la Champions League del basket nel 2014, capì che “più in là non si poteva conquistare niente”, ed a differenza dello Stranamore di Vecchioni non stette, prese cappello e se ne andò, se ne tornò in America. L’amico Franck di Cleveland, che rivedrò con piacere fra dieci giorni, mi espresse perplessità per un suo inizio tutt’altro che positivo. Lo rassicurai, e da allora solo vittorie. Per chi non lo conosce, Blatt ha la tempra di Colantuono ma con un patrimonio tecnico e tattico elevato alla settima potenza. Dopo la sconfitta di due giorni fa, che ha riportato Golden State sul 2-2, alla domanda “LeBron è parso stanco” che voleva giustificare la mancata vittoria, ravvicinando i già non lontanissimi occhietti vispi e furbi e inarcando le sopracciglia rispose “allora gli altri facciano di più. Non passo tutta la settimana ad allenarli perché l’unico schema che si ricordano sia <palla a LeBron e così sia>”.

Cleveland contro Golden State, Blatt contro Kerr, LeBron contro Curry: chiunque vince non mi rovinerà lo spettacolo di uno scontro fra titani.

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