Lou Gehrig, l’uomo che battè la sconfitta (F. Canaciani)

Lou Gehrig, l’uomo che battè la sconfitta (F. Canaciani)

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Uomini vinti, talvolta sul campo altre no. Non è questo il caso. La maggior parte di voi avrà sentito parlare mille e mille volte della Sclerosi Laterale Amiotrofica, o SLA o ancora sindrome di Lou Gehrig; senza sapere che questo nome non appartiene, come spesso accade, al medico che ha scoperto una malattia fino a quel momento sconosciuta. Gehrig era, è, una delle leggende di uno sport poco praticato in Italia, ma il più popolare negli Stati Uniti: il baseball. Leggenda, dicevo: Henry Louis Gehrig, newyorkese di Yorkville, sobborgo di Manhattan; studente della Columbia University simbolo altrettanto significativo della  Big Apple. Il motto, latino, dell’ateneo dice più o meno “grazie alla tua luce vedremo la luce”, e Louis illuminò la scena professionistica americana per sedici anni, demolendo tutti i record possibili e immaginabili: sette volte consecutive nella formazione ideale del campionato, sei volte miglior giocatore del torneo, una volta detentore della tripla corona (migliore in tre categorie in un unico campionato); maggior numero di grandi slam, che si ottengono battendo fuori campo una palla con tre compagni a riempire le tre basi. Ci sono voluti cinquant’anni e più per toglierlo di mezzo, Gehrig, dal nòvero dei detentori di così tanti primati. Ed a scalzarlo gente come Alex Rodrìguez (sì, il toyboy di Madonna ma anche un grande giocatore di baseball) e Cal Ripken Jr. Quest’ultimo, in vent’anni giocati con la maglia degli Orioles di Baltimore, ha infranto il record di gare disputate consecutivamente come titolare da un singolo giocatore nella lega, 2632. Gehrig si fermò a 2130 in sedici anni di militanza Yankee. Perché, Vi chiederete, un uomo della levatura morale e professionale di Henry Louis, osannato da tifosi e dai rivali, grande amico del leggendario Babe Ruth, primo giocatore a vedere il numero della propria maglia ritirato dalla squadra, trova posto in quest’angolo dedicato agli sconfitti? Perché anche gli eroi omerici dello sport possono cadere, a trentanove anni, per una malattia sino ad allora quasi sconosciuta. Nel 1938 Lou Gehrig è trentacinquenne, ma ancora perfettamente in grado di fare la differenza nella propria formazione. Batte, corre, elimina come un ventenne. Le folle lo osannano, le ragazze lo sognano (ma lui è un family man), gli avversari lo temono. Lou è in forma, come sempre: poi l’anno successivo sente difficile allenarsi nella solita maniera; gli fanno male i muscoli, sente formicolii e intorpidimenti alle estremità, difficoltà a deglutire anche la semplice acqua. È vecchio, pensano i compagni più giovani, è vecchio e deve ritirarsi ora, ché ancora è leggenda… Ma Louis non è diventato il migliore per nulla, continua anche se persino respirare gli viene difficile. featured-img-about-statsIl primo medico consultato dice che non è nulla, che è solo stanchezza, ma la sua media in battuta scende da .340 a .143. i tifosi mormorano, alcuni ridono e irridono, Gehrig cerca di battere e combattere ma contro i Senators di Washington rimane a secco. Ed a maggio di quell’anno, a Detroit, rinuncia, responsabile come nessuno, che se ne andava in panca: giocasse qualcuno più giovane ed in forma. La serie ininterrotta di 2130 gare è finita. È lui stesso ad avvertire gli arbitri, e lo speaker dello Stadium (il Tigers Stadium, non quello piccolo ed ininfluente che si trova in Piemonte) lo annuncia triste al pubblico, che si alza in un ovazione senza precedenti. Non esistono delle immagini di Louis, seduto sofferente in panchina. Nessuno osò riprenderlo, qualcuno commentò senza alcuna gana di pettegolezzo. Sta male, Lou, e la moglie lo porta in una clinica specialistica già il mese successivo. Lo tormentano, analizzano, testano, bucano, auscultano, elettrificano per sei giorni, ed alla fine la diagnosi è impietosa: SLA. Potrebbe essere, dice il medico, che sia una forma silente, quasi innocua, senza gravi conseguenze se non l’impossibilità di continuare l’attività agonistica. Ma Eleanor Gehrig sa che non sarà così. Il 4 luglio 1939 Lou celebra, allo Yankee Stadium, l’addio al baseball. E lo fa pronunciando qualche riga di un discorso ritenuto secondo, per fama, solo a quelli di J.F. Kennedy o M.L. King. Dice, Gehrig, di sentirsi l’uomo più fortunato del mondo: nonostante la malattia che lo ha colpito, è stato un privilegio concessogli da pubblico, compagni, avversari il farlo partecipare di quel mondo magnifico. Fiorello la Guardia, sindaco di New York, gli affida un incarico in seno al proprio Consiglio, che Gehrig affronta e porta avanti con dignità, grazie all’aiuto della moglie, nonostante le conseguenze della malattia ed i suoi sintomi non si presentino così clementi come i medici auspicavano. La mano di Louis non è ferma, e la moglie la guida quando c’è bisogno della firma del grande campione. Henry Louis Gehrig saluta il mondo in una tiepida notte di fine primavera, il 2 giugno 1941, all’alba della seconda guerra mondiale. Inutile ricordare quanti monumenti, lapidi, vie e piazze ricordino la memoria del leggendario prima-base, rubato al mondo troppo presto e troppo crudelmente. Non vi è prova che la malattia sia stata causata dai traumi subìti nel corso della carriera, nemmeno che realmente sia deceduto a causa della SLA, della sclerosi che da quel momento prenderà il suo nome. Chissene. Di Gehrig ci resta l’esempio di professionalità, ma soprattutto di umanità e coraggio nell’affrontare una delle peggiori sfide che al mondo esista: una malattia degenerativa, cronica, irreversibile di cui si comprende il decorso e, purtroppo, le conseguenze. Louis Gehrig, l’uomo che battè anche la sconfitta di una condizione spesso umiliante.

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