You can do magic (Di F. Canciani)

You can do magic (Di F. Canciani)

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Ho spiegato, in passato, da cosa nasca la mia poca simpatia verso i colori blucerchiati. Niente di “etnico”, campanilistico, rivaleggiante: solo una partita. Una piccola, fottutissima partita per altro andata a finire pure bene.

Correva l’anno di grazia millenovecentosettantanove dell’era eupallica moderna; io, decenne, frequentavo avido le tribune dello stadio Friuli, scrutando nei meandri dell’Ajax-Udinese di Jàcum, calcio totale bianconero che quell’anno ne perse davvero poche, quattro, tutte fuor di casa. Presentivamo qualcosa di grandioso, preannunciato dal tripletinho dell’anno precedente, in cui (serie C – girone A) la squadra guidata in campo da Elio Gustinetti vinse campionato, coppa Italia semipro, torneo Anglo-Italiano (cinque a zero sul Bath City all’ombra del campanile di Rizzi). Sapevamo che quella formazione era nubenda con la massima serie.

Mese di aprile, Sabato Santo, stadio pieno come non mai; di fronte la Samp grandi firme, guidata da Garellik, Ferroni, e Marcello Lippi dietro; Tuttino, Roselli, Lucianissimo Chiarugi ed Alviero Chiorri da metà campo in su.

Chiudo gli occhi: come tutti i senescenti la vita remota passa come un film. Anche questa gara.

Primo tempo splendor: segna Vriz su netto rigore pareggiato da Mau Orlandi dopo due giri di lancette; nessuno allo stadio ha però sbandamenti, l’Ajax in biacca e carbone gioca troppo bene.

Ripresa e Giorgino Roselli la schiaffa alle spalle dell’incolpevole Della Corna su contropiede neanche troppo veloce. Attonito, io penso, dalla mia età in doppia cifra appena raggiunta, che la vita non è giusta; che chi merita viene punito oltremisura; aveva voglia, mio papà, a spiegarmi che Eupalla è Dea capricciosa, che certe volte, senza apparente ragione, con la stessa nonchalance può soffiare una sfera in rete o fuori dal filet. Roselli, poi allenatore della Triestina, mi aveva colpito al cuore, ed affondato.

La Dea della buona sfera, però, oltreché capricciosa è invero mutevole; cross dalla trequarti sinistra, sbuca l’ischitano Ciro ‘a papà Bilardi, schierato spesso da Giacomini col nove sulle spalle trent’anni prima che quelli bravi, quelli che ne sanno coniassero il termine di falso nueve, e incorna alle spalle del Claudione taurinense.

Finita? Neanche per sogno.

Quell’anno dai grigi del Moccagatta era giunto a Udine tal Vagheggi Claudio, per tutti crazy horse. Aretin Poeta Tosco di  fatto se non di nome, una zazzera ribelle di riccioli scuri e tanta indisplina tattica. Veniva spesso utilizzato da subentrante dal saggio Massimo, che ne comprendeva potenzialità e talento, sinora peraltro espressi a intermittenza. Quella domenica iniziava la gara, col sette sulle spalle, mostrando i soliti pregi e difetti, largo sulla fascia dove faticava un po’ a saltare  l’uomo (mi pare Arnuzzo, e Paolini). Ed ecco il coup de Théatre, signori e signore, ladies and gentleman seduti ed attenti, lezione di calcio  bailado.

Nerione Ulivieri, il bomber di San Miniato, illuminato dal raggio di sole che (secondo la biblia calcistica rossonera di Abatantuono) colpì sul capo Rivera, si allarga sulla destra, fa a sportellate con lo xeneize Arnuzzo, resiste e scodella al centro. Fiato sospeso: Vagheggi è avanzato rispetto alla traiettoria, gira le spalle alla porta e s’inventa la bicicleta, il Parola sul pacchetto delle Panini, la figura calcistico-retorica più tentata e meno riuscita da noi, meninos de rua futebolista. Irreale il silenzio mentre la palla sfiora appena la rete con Garella incolpevole spettatore. Potente il ruggito dei venticinquemila…

Quell’urlo lo portiamo dentro, noi che c’eravamo. Lo porta sicuramente in cuore anche Claudio Vagheggi, aretino di Lucignano, che dopo qualche secondo si accascia in lacrime (di gioia) seduto sulla linea di centrocampo. Incredulo lui stesso, risollevato da Massimo Giacomini che gli dice “vai e gioca”.

Mi riconciliai con il calcio, con la divinissima Eupalla ondìvaga ma tutto sommato giusta, ma mai con la Samp. Colpevole, agli occhi di bambino, di voler rubare ciò che non le spettava. Che colpa avevano i sampierdarenesi? Nessuna, nessunissima. Ma le prime impressioni infantili rimangono piantate nell’anima, come le parole di papà ed i rimproveri di un insegnante.

Negli anni duemila furono lotte europee al calor bianco, sempre correttissime ed appassionanti. Purgò, l’Udinese, due simpaticoni come Novellino e Mazzarri, non mi dispiacque ma non debbo a quelle domeniche tesissime la mancanza di partecipazione alle soddisfazioni cerchiate.

Un autoctono dalla sfrenata passione per l’Unione Ciclistica Sampierdarenese vaticina un fiume di fischi, domenica, avverso Muriel e Ferrero. Non credo, comunque non saranno certo i miei. Luis Muriel ha mostrato doti tecniche indubbie, accompagnate da attributi morali che a me sfuggono. Come sfugge la miracolosa guarigione da annosi malanni una volta giunto a bagnarsi alle balsamiche e taumaturgiche acque del Mar Ligure. Affari suoi. Come sono affari del signor Ferrero dove troverà i denari per la gestione della squadra doriana, che si merita un proprietario-signore, come furono i predecessori dell’ex-autista di Monica Vitti.

Ma queste sono cose tutto sommato secondarie; quel giorno un ventiduenne toscano mi mostrò, mi dimostrò che le magìe si possono fare. You can do magic, scrisse Russ Ballard per gli America tre anni più tardi. E io, da allora, in cuor mio ci credo.

Franco Canciani @MondoUdinese

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