Cagliari – Udinese: One (not the same)

Cagliari – Udinese: One (not the same)

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La mia pseudoculturina internazional-popolare passa anche per alcuni capisaldi della musica. Il gruppo irlandese capitanato da Paul Hewson, al netto di quanto composto dal 2000 in poi, rappresenta obiettivamente una delle poche rock band viventi che possano tenere testa ai Rolling Stones.

Negli anni ’90, Bono e The Edge composero una delle più belle ballate della storia, One. Nel ponte prima del ritornello canta, la voce dublinese di Glas Naion we’re one, but we’re not the same”: siamo una cosa sola, ma non ci assomigliamo.

Certo, lo so: non si riferiva al calcio, ma oggi guardando zampettare lenti e indolenti gli omerici eroi vestiti di bianco e di nero, di fronte ad una congerie di volenterosi pedatori non a caso trafitti da un raggio di retrocessione ho pensato la stessa cosa: noi teniamo all’Udinese, ma da questo gruppo ci divide un oceano di passione ed appartenenza. Non ci assomigliano per niente, direbbe Johnny Stecchino.

Ovvio che mi prendo la responsabilità di ciò che dico, ci mancherebbe: è solo che non ho avuto, quest’anno, mai la sensazione che gliene fregasse qualcosa. Scusate il pernicioso uso del francesismo, ma penso ci stia.

Dice: “contro le grandi hanno fatto vedere di cosa sono capaci”; Bravi. Ovvio. Quando si accendono le telecamere che valgono, questi grandissimi figli di procuratore sportivo sanno che muovere la coda più velocemente aumenta la possibilità che il proprio rappresentante legale possa andare dalla dirigenza e millantare che il villaborghese iunaited sta cercando il valente tiratore di calci ad una palla, ergo bisogna rinegoziare l’ingaggio.

Non si spiega altrimenti il fatto che al cospetto dell’Udinese di oggi, anzi delle due Udinese (una schierata in difesa, una isolata lassù in avanti), il Cagliari sembrasse il Barcellona, quantomeno nel primo tempo, senza mostrare alcuna particolare dote ma semplicemente saltando i paletti recanti la bandierina bianconera, come il Tomba degli anni migliori. Non si spiega altrimenti il fatto che qualsiasi altra squadra corra il doppio rispetto agli udinesi, evidentemente spenti. Non fisicamente, direi piuttosto psicologicamente.

Un piccolo paragone: a Pescara, due anni fa, l’Udinese raggiungeva la salvezza e da lì in avanti (dopo un paio di pari e la sconfitta di Catania, schierando molti rincalzi) solo vittorie. Questa Udinese, arrivata ai 40 punti, ha spento il gas e si è fatta prender a schiaffi dalla qualunque, maturando sconfitte a volte imbarazzanti come quella casalinga contro la Doria e quella odierna.

Sì.

Perché se il primo tempo si è concluso solo 1-2 è solo a causa della pochezza degli avversari, e della rete di Aguirre, furore di Dio che trova un briciolo di luce in una gara globalmente grigia. Da rimarcare la prestazione del portiere udinese di oggi, credo il cugino di Scuffet, che prende almeno un paio di reti da circoletto rossoblu. Una punizione dal limite senza barriera, un tiro senza effetto e sul proprio palo, non può mai essere gol; ed anche il tiro di M’Poku non pareva tutto sommato una sentenza.

Cambia niente, avrei pensato ad un pareggino invece, se la memoria non mi tradisce, è la diciassettesima sconfitta dell’anno.

Del trainer non dico nulla: ci sentiamo domani su queste frequenze. Oggi non è giudicabile, anche se il rischio corso nel primo tempo schierando un centrocampo sperimentale non ha pagato. Probabilmente, a dispetto della dichiarazione di fine gara, egli conosce già il proprio destino e questo non può che aumentare il suo, e (pensate) anche il nostro rammarico.

Resisto a dire che, qualora fossero confermate le voci di divorzio, la società avrebbe trovato il capro espiatorio nel profeta di San Giovanni, assolvendo al contempo i giocatori e sé stessa. Da domani si volta pagina in ogni caso, perché è sotto gli occhi di tutti che considerando un campionato importante come quello italiano una roulette ove vincere studiando il calcolo delle probabilità e chiamando questo sistema “programmazione” alle volte paga, altre volte meno.

Molti mi rimproverano di essermi abituato male, come se essere ambiziosi fosse una colpa, come se volersi divertire con un giuoco come il calcio fosse delittuoso. Avessero ragione, sarei colpevole e meritevole di una punizione esemplare: guardare giocare CR7 e Messi per ore ed ore.

Cala il sipario, amici miei biacca e carbone; si spengono le luci, si tacciono le voci, si scaldano i motori di dirigenti e procuratori. Spero la resistenza bianconera alle schiere più o meno nutrite di persone interessate a far shopping in quella che a Milano chiamano la costosa bottega Udinese sia superiore alla resistenza del grissino usato dal predisposto attore di Hollywood per tagliarsi il tonno di cui non riesce neanche a pronunciare bene il nome…

Franco Canciani @Mondo Udinese

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