Come una falange macedone. Come una testuggine romana

Come una falange macedone. Come una testuggine romana

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Inizio dalla fine. Da quello spicchietto in curva che esulta. Era successo solo altre due volte in campionato allo stadio di proprietà della Juventus, uno in Champions (unsere Bayerische Bruederlichkeit), uno tutto viola in coppa Italia (con ribaltone al ritorno). La quinta volta tocca ai nostri, al solito eroici al seguito della squadra per cui batte il loro cuore. Ed oggi ripagati: da una prestazione di sostanza totale; da un gruppo di giocatori in cui nessuno si è risparmiato; finalmente dal risultato, arriso ai bianconeri (oggi in gialloblu… però le magliette non sono brutte) dopo quattr’anni, da quando per i nostri colori giostravano Sànchez, Zapata e Inler. Capisco. Capisco i ragionamenti nascosti dietro i bonari sorrisini juventini, che soffiano fuori paroline al miele verso i propri colori. Li anticipo io: “ci mancavano una dozzina di titolari; Udinese a segno alla prima occasione; abbiamo giostrato per il 90% del tempo nella metà campo avversaria, per sfortuna non abbiamo realizzato”. Perla della giornata, questa però sentita sul serio: “praticamente la gara è finita zero a zero, la rete loro su nostro errore per noi non conta”. Un pezzo di cabaret spettacolare, non fosse altro che lo ritengo un pensiero ponderato. Ma la verità, e permettemi di spendere dieci parole sugli avversari di oggi, è un’altra. Presunzione. Quella che spingeva Boniperti a far firmare contratti in bianco ai giocatori, la cifra sarebbe risultata dalla valutazione delle prestazioni in gara. Quella che portò una delle migliori formazioni del recente passato mondiale a perdere una finale di Coppa Campioni, ad Atene, contro avversari manifestamente inferiori; ripetendo l’esperienza a Monaco, nel 1997, contro un Dortmund ripetutamente battuto a domicilio e fuori. Quella che porta i dirigenti juventini, gente di sicuro livello, a far spallucce nel perdere contemporaneamente Tévez (debito morale), Vidàl (ci ha chiesto di andarsene), Pirlo (è vecchio). E stasera si è visto: la Juventus di questi giorni è una squadra senza capo né coda, che viaggia a folate sulla corda nervosa e molto poco su schemi geometrici. Capisco come Marchisio sia fuori, così come Khedira, ma spiegate ad un poveretto come me come si potesse pensare di basare il centro nevralgico del gioco domestico su Padoin (davvero questo trentunenne doveva essere la panacèa ai mali udinesi? Ecco perché sono lieto di non farmi traviare dai natali dei giocatori), sul falso diéz Pogba, su un farraginoso (ma migliore del suo reparto) Pereyra e su Coman, uno un po’ punta e un po’ no, un po’ campione in erba e un po’ no, ma in particolare un po’ no. La madre di tutti gli errori di Allegri, grande allenatore tristellato, è stato pensare di vincersela al tressette al meno giocando con una sola punta, il gatto di marmo croato, risparmiandosi Dybala per un serrate finale che non c’è mai stato. Perché dico questo? Perché di fronte si è trovato, il prode livornese, un allenatore anziate con un pedigree decisamente meno ricco, ma capace in settimana d’aver preparato in maniera perfetta e maniacale la gara. Nessuno ha sottolineato, ovvio!, che al centrocampo bianco e nero mancava Guilherme, ossia il suo centrocampista più in palla e dal piede più educato. Nel primo tempo hanno stretto le fila, addensato la mediana, mandato in confusione gli inesistenti creatori di gioco indigeni, che hanno cercato di allargare la palla su Evra e Lichtsteiner, con risultati mediamente sconfortanti. Piccolo inciso: lo svizzero dimostra una volta ancora di essere giocatore scorretto. Non parlo di falli di gioco, parlo di calcetti, parole di fuoco, urla sputazzate a guardalinee e avversario. Il trenino del Bernina mostra la corda quando il pallone non corre fluido, e (non essendo geniale né campione) i miracoli non li può fare. Nella ripresa (nel primo quarto d’ora) la falange macedone ha resistito alle folate non poi così irresistibili degli juventini, ed alla prima occasione hanno colpito con una combinazione Edenìlson-Théréau, il quale ha deposto la palla di hello Kitty fra le gambe dell’incolpevole Buffon. Da lì in poi ci si sarebbe attesi un arrembaggio deciso e asfissiante degli ospitanti, invece sono Zapata, Kone, Widmer (grande parata del Gigione nazionale) ed ancora Zapata a sfiorare la rete. Juventus+FC+v+Udinese+Calcio+Serie+IXtz-MTT0tOlHa vinto Colantuono. Ha perso il mondo asservito al potere, quelli che tifano sempre Udinese tranne oggi (e nella gara di ritorno), proni al fascino della vieille dame da cui, grazie a Dio, i miei genitori mi vaccinarono anni fa. Han perso quelli che “contro la Juventus non ce n’è”. Direi non ce n’era: gli anni passati spesso i rosanero giocavano come stasera, ma poi una delle cinque, sei punizioni dal limite venivano trasformate da Pirlo o Tévez. Hanno perso, e molto, quelli che hanno fischiato l’uscita dal campo di Antonio Di Natale; vero, disse di no alla loro squadra ed a questo gli juventini non sono abituati, così come a perdere. Un dotto tifoso della Signora, di natali laziali ma residente a Udine, mi ha ripreso su un network sociale dicendo che “così fan tutti”, e che i tifosi intendevano punire la repulsione di Totò per la loro squadra. Repulsione: parola che mi fa capire come giri il “loro” mondo. E poi, gli ho confessato, a Udine i campioni li applaudiamo, ultimo in ordine di apparizione Samuel Eto’O. Ha perso il signor Mazzoleni, che verrà probabilmente messo sulla lista nera juventina (sua la direzione di Genoa-Juventus 1-0 dell’anno passato) nonostante le ammonizioni creative di Heurtaux e Alì, la decisione vietata ai minori con cui ha fermato Iturra lanciato a rete per un fallo inesistente su Padoin (lui sì autore di falli a raffica e ripetutamente graziato); nonostante le due ore di recupero concesse (con suo infortunio, che sa tanto di accomodante…) nelle quali la Juve non crea quasi nulla. La nouvelle vague degli arbitri è questa, poco da dire. Ce ne saranno altri, come Mazzoleni, i signorini non disturbo la cui mise stilistica, quest’anno, pare disegnata dal Ciclope Polifemo. Post-intervento di Ulisse/Nessuno. Ma sono tre punti. Tre, santissimi punti. Alla faccia di chi come me riesce ancora a nutrire dubbi su Colantuono, e di coloro i quali adombrano spaccature clamorose nello spogliatoio: le quali, peraltro, oggi non si sono viste. Piuttosto gli undici giocatori sembravano una testuggine romana, impermeabile attorno all’ineffabile Orestiade Karnezis il quale sembra aver pagato pegno con gli errori settimana scorsa, da oggi si fa sul serio. Con un Bruninho sontuoso centrocampista di qualità e quantità; con Edenìlson e Alì Adnan cursori pompanti, altroché Pipppero; una difesa, poi, mio più grande dubbio, che ha concesso ai locali il minimo sindacale per poterli chiamare a buon titolo campioni d’Italia. Anche l’anno scorso si iniziò con i tre punti, ma a domicilio e contro il neopromosso Empoli (che nella ripresa giocò meglio dell’Udinese); poi ci si fermò, progressivamente, annullandosi in un nulla cosmico culminato con Parma, con Cesena, Con Samp Palermo Cagliari. Nel bene e nel male, credo che quest’anno andrà diversamente. Perché la squadra pare più completa, e soprattutto in panca c’è un elemento di novità rispetto al bravo ed elegante oratore dell’anno passato: un allenatore. Mi tengo stretti prestazione, risultato, gioia e per una volta mi piace dirVi, amici miei biacca e carbone, che i miei canti, i vessilli e le bandiere in alto salgano per l’Udinese calcio. Da domani si pensi al Palermo; stasera si fa festa, stasera si beve vino. (getty Images) [gallery_bank type=”images” format=”filmstrip” title=”true” desc=”false” img_in_row=”6″ display=”all” sort_by=”random” animation_effect=”bounce” image_width=”600″ album_title=”true” album_id=”54″] Franco Canciani @MondoUdinese

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