Gala – Udinese, la gara che non c’è stata

Gala – Udinese, la gara che non c’è stata

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Si parte con speranze, armi e bagagli per la terza Campagna Amichevole Udinese d’Europa, anno del Signore Duemilaquindici. Destinazione Klagenfurt, ormai avamposto più settentrionale dell’Impero Bianconero d’Oriente, e la buona volontà viene a cozzare, quasi subito, con la (stasera) dilettantesca organizzazione carinziana, che priva i cronisti e cantori al seguito di una connessione internet. Pazienza, saremo in netto ritardo sulla vita sportiva, ce ne faremo / Ve ne farete una ragione. Però dà fastidio. E tutto per aver voluto seguire la squadra fin qui: fossimo rimasti a casa, davanti alla televisione con birra da sessantasei e frittatona di cipolle sarebbe stato più semplice. A noi non piace vincere facile…

In campo Galatasaray di Istanbul e Udinese Calcio, sugli spalti purtroppo piccoli recessi degli anni ottanta, con qualche fumogeno dalla curva udinese e numerosi petardi provenienti da quella, rumorosissima e coloratissima, giallorossa turca.

Gara piacevole, si vede che le due formazioni stanno procedendo bene sulla via della forma fisica; che le gambe stanno togliendo ruggine, imballi ingombranti e ragnatele e girano sempre più facili.

Il Gala  ha tasso tecnico superiore: anche oggi, pur schierando una formazione A-B priva di molti titolari quasi sicuri, gente come Altintop, Yilmaz e Gümüs sono garanzia di qualità. Ma l’Udinese di Colantuono non si tira indietro, continuando sulla buona strada di Atene contro un’avversaria decisamente più importante.

Questo avrei detto se ci fosse stato l’esito classico, novanta più recupero, di una gara.

Invece la tifoseria del Gala, turca ed eccessivamente “colorita” decide, verso la mezz’ora, che doveva bastare così; e a forza di petardi e qualche fumogeno, costringe il direttore di gara a fischiare tre volte. Mancherebbe ancora un’ora di gioco, ma in queste condizioni non se ne parla. Si va a casa.

Fra noi, cronisti e cantori, ne abbiamo parlato: l’arbitro ha fatto benissimo. Non si può continuare a far determinare le situazioni da chi, come unico scopo, ha quello esclusivo di far parlare di sé. Il turco téutone è appassionato difensore delle proprie origini, ancorché nato fuori dai confini anatolici, solo che spesso si esalta di fronte alle gesta dei propri calciatori in maniera esagerata e sbagliata, come stasera. Non si può comprendere, capire, giustificare chi scientemente distrugge lo spettacolo potenziale di una partita, il divertimento di pochi o tanti spettatori che sciamanti dal Friuli avevano pagato il loro biglietto, spero rimborsabile, per assistere alle prestazioni delle due formazioni in campo.

La delusione. Il disincanto. La rabbia. Le parole di Colantuono che allargando le braccia sottolinea come non si possa più accettare il comportamento lesivo di qualche centinaio di supposti supporter, gente di un certo (basso) livello che entra in curva, si toglie la maglietta e comincia il proprio desolante spettacolo. Rientrano in scena i corèuti del dopo-gara ateniese, e stavolta sono due. Uno invoca draconiane sanzioni contro il Gala responsabile di questa indegna sceneggiata curvajola; dall’altra parte il difensore degli animi caldi, quelli che in fondo in tifo è violenza, e ancora più in fondo tutto sommato era solo un po’ di rumore e qualche petardo, ma tanti bei colori… Io certamente non apprezzo i razzisti, nemmeno intesi come tiratori di razzi; e non sono mai d’accordo con i tagli falcianti orizzontali come simboliche e spietate punizioni. Oggi le cose potevano forse essere limitate se la prevenzione carinziana fosse stata poco più che inesistente, ma difficilmente impedite. Mi metto nei panni dello steward, inflessibile nel togliere un pericoloso ombrellino portatile ad una tifosa friulana D.O.C., perdipiù in dolce attesa; magari più timoroso quando si parano di fronte dei marcantòni magari già un po’ alticci d’Efes. Farei lo stesso? Forse, anzi magari no. Ma io sono italiano: l’organizzazione proverbialmente perfetta di queste parti appare vieppiù lacunosa. Perché i tifosi turchi, e lo sottolineava in mixed zone un giocatore olandese dei sangue-e-oro di Istanbul, recentemente avevano tenuto lo stesso comportamento in Olanda.

È andata. Una trasferta iniziata così così, terminata a schifìo, ma almeno in Austria ci siam venuti e ci abbiamo provato. Lo sguardo stanco del direttore Giaretta è l’ultima immagine che mi porto dietro dal Worther See Stadion, assieme alla fuga precipitosa del mister turco a cui avrei voluto chiedere un’opinione sull’accaduto.

E anche stavolta, neanche una birra. Basta la salute… Vabbé. Buonanotte da Klagenfurt, perla della Carinzia ma stasera indigesta ospite della gara. Ci si sente per parlar di calcio. Prima o poi.

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