Impressioni di settembre

Impressioni di settembre

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E venne la pausa di settembre. A Udine potranno tirare le fila di un’estate di mercato mai così caotica e controversa. Intendiamoci: nulla di trascendentale. Ma chi pareva in rampa di lancio per la partenza con biglietto di sola andata, normalmente verso l’apposito Napoli che tanta fratellanza manifesta con i colori bianchineri a livello dirigenziale, quanta poca amicizia si connota fra le tifoserie (inimicizia borbonica: preferisco un sano campanile sportivo ad una rivalità (c)etnica), rimane in Friuli, si spera con motivazione e conforto.

Chi invece pareva destinato a rimanere scolpito nella roccia biancanera, immortalato magari in una prima gara alla rinnovata Sandero Arena è stato spedito (caduti dalle nuvole? Non ci casco!) all’ultimo giro di lancette dell’estrema giornata di mercato. Non se ne faccia un dramma, ovvio, ma appaiono sempre più numerose le sgradevoli divergenze, e sempre meno presenti le affinità fra compagno Giampaolo e noi. Mi hanno trasmesso una dichiarazione dell’altrettanto apposito presidente Soldati, secondo la quale senza la famiglia Pozzo non ci sarebbe calcio a Udine. Non stento a credere abbia pronunciato tali parole, ancorché le ritenga poco illuminate in un momento di tensione. Gli ricordo, lui immemore e il cui cuore calcistico sostituisce altro colore al bianco delle strisce friulane (mentre il nero gli è grato), che Giampaolo Pozzo già tentò di trasferire la franchigia in felsinea terra, ove uno squadrone che tremare il mondo fa(ceva) aveva bisogno di aiuto. La piazza rossoblù, elegante storica esigente, gli fece a chiare lettere capire che non era cosa, e tutto morì lì. Non voglio nemmeno pensare ai progetti internazionali, ispano-britanno-sudamericani: non desidero proprio occuparmene.

Ma a monte di tutto ciò vi è un errore di fondo: senza i Pozzo a Udine non vi sarebbe più il calcio alla Pozzo. Forse, probabile, si precipiterebbe in quarta serie. Dunque? In un momento nel quale, oggettivamente, la dirigenza e la società sembrano intenzionate a fare carne di porco di tradizioni, bandiere, storia friulana in nome del moderno football mi sarebbe piaciuto udire frasi distensive, concilianti, in nome (tutto sommato) del fatto che, tanti o pochi, i primi committenti dell’Udinesecalcioessepià sono quei diecimila pellegrini (nel senso ambulante e non mai detrimente del termine) che si (af) fidano a loro per gioìre, esultare, sentirsi una cosa sola. Ed assieme a costoro, in questi giorni densi di dichiarazioni intemerate e poco illuminate contro la migrazione degli anni Duemila, assieme ai tifosi paganti all’Arena, vorrei accomunare quelle centinaia di migliaia di “libars di scugnì là” che in giro per il mondo sentono l’Udinese come solido cordone ombelicale con la mari tiàre. No, non è vero che sia così solo oggi che l’Udinese dìsputa con continuità il campionato di massima serie: ricordo tempi eroici in cui alla domenica notte friulano-canadesi, argentini, svizzeri, statunitensi chiamavano a Udine per sapere se si era vinto contro il Marzotto.

Ma alla dirigenza, di tutto questo interessa poco. Se è vero, come è vero, che come testimonial della grandissima operazione-Logan (il naming lo chiamano oggi) è stato chiamato Adriano Galliani, il còndor rosso e nero. Ho detto tutto.

Tempo di guardare avanti. Sono fiducioso, il tecnico mi sembra attrezzato a subìre le pressioni che inevitabilmente una rosa monca proporrà; non sarà solo, dato che delle stesse lacune si lamentano entrambi i tecnici milanesi, il pubblico laziale, in parte quello viola e sicuramente fra gli juventini c’è stupore per una partenza mai così lenta dal 1912. In campo internazionale, Conte ha appena spezzato le reni a Malta con un coup de main di Pellé, centravanti export che bagna il naso ai più celebrati pedatori nazionali. Poco di cui godere, primo posto grazie alle forze azere che stoppano gli stupefatti croati. Ma a noi, da anni lo ripetiamo, il calcio di questa nazionale che paga il CT grazie allo sponsor tecnico, ma anche da prima, piace pochissimo ed esalta ancora meno. Preferiamo, dovendo scegliere, le vicende di una piccola truppa di uomini fasciati di biacca, carbone e giallo e blu patriarcali, capaci di illudere e deludere con la stessa giovanile facilità. Che la sosta sia grata, amici miei bianchineri; ché il rientro della bandierina Felipe Dal Bello faccia dimenticare la partenza dell’immenso sessantasei. Soprattutto che si dia preferenza al calcio giocato rispetto a quello parlato, discusso, litigato, masticato, ruminato, bestemmiato, sputato come un nocciolo indigesto. Ma sia chiara una cosa: quando iniziai a guardare le vicende di questa squadra, il presidente si chiamava Pietro Brunello, si era in terza serie ma ci si divertiva lo stesso. Così come con Teòfilo Sànson, e sicuramente col Mazza-group, Surjak e Zico. La famiglia Pozzo ha salvato la squadra, ma ha ben ricevuto oltre che dato. Le minacce di lasciare possono forse spaventare un ragazzino, che le serie inferiori le ha viste solo nei riflessi filmati delle reti a pagamento. A me non fa nessuna impressione ogni dichiarazione adombrante offese subite da parte di cuori ingrati. Siamo uomini liberi, scriveremmo anche di un’eventuale gara Lecco-Udinese. E saremmo lì, alla Sandero Arena, a seguire i bianchineri contro il Gallipoli. Noi, sì, caro Presidente. Esattamente come i Boys del Parma calcio, o la curva della Mens Sana Siena che intonava Il canto della Verbena  in Lega B come quando trionfavano sui campi di tutt’Europa. Sulla Piazza del Campo / ci cresce la Verbena; sulle curve del nuovo stadio udinese non cali l’entusiasmo.

Sono solo impressioni di settembre. Maggio è lontano, ci saranno pensieri e parole da spendere. Come sempre, amici miei, quel che ho in cuore esce in tempo reale. Ed oggi sono rientrante in terra madre, ma triste. Ragioni personali, in particolare, certo. Ma Pinzi e Pepe in gialloblù, Quagliarella in granata, mi fanno pensare amaro. Pazienza: basta la salute. E come sempre, per andar peggio potrebbe piovere.

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