Le rose a venticinque, Zenga ed il calcio spiegato ai bimbi

Le rose a venticinque, Zenga ed il calcio spiegato ai bimbi

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Non ho figli maschi, grazie a Dio. Le due bimbe e l’innocenza a termine (per una di loro, temo, ormai terminata) stanno al calcio come il mostro di Milwaukee ad Amnesty International, così mi si toglie un’incombenza.

Su troppe cose non ho opinioni, in buona parte per scelta precisa (di non dire bestialità). Ed anche sul calcio di oggi tendo ad averne sempre meno.

Eppure sapendo che a Forni di Sopra l’Udinese deve far disputare un’amichevole contro i compiacenti arabi dell’Al Ahli alle proprie forze in esubero, gente che di certo sa di non far parte dei piani bianconeri del prossimo futuro, beh mi sale automatica la domanda di come farei ad invogliare mio figlio maschio (ne avessi appunto uno) ad appassionarsi al calcio.

Lo sport dove di punto in bianco un ottuagenario che mi dicono essere presidente della Federazione decide che ci sono troppi giocatori in rosa per cui d’ora in poi saranno ammessi solo venticinque di loro, di cui quattro cresciuti nel proprio vivaio e quattro quantomeno in quelli nazionali. Lascio perdere le cervellotiche norme sul tesseramento extracomunitario, figlie probabilmente del poco amore del suddetto verso i tanti Optì Pobà. Vorrei vedere se i non comunitari si chiamassero tipo Niedergasser e venissero, chessò, dal Liechtenstein o dalla Svizra.

Lo sport dove una squadra italiana gioca contro una voivodìna, il nome della quale il presidente domestico nemmeno sa; tale presidente vaticìna un quattrazzero così gli evitano la trasferta a Novi Sad, città la cui posizione geografica opacizza il suo in genere vispo occhietto. La passeggiata si trasforma in una grandinata, quattro reti contro e virtuale eliminazione. L’allenatore, Walter Ludmillo Zenga, pelato abbronzato con occhiaie portanti si reca sotto la curva e platealmente risponde agli insulti assumendosi le responsabilità: tutte. Sembrerebbe una pagina da libro Cuore, invece spenti i riflettori Zenga afferma che la squadra era in preda a venefiche sindromi virali (la brocchite?) che ne hanno minato le prestazioni. E nel frattempo il presidente di cui sopra, forse fuorviato dalle occhiaie anch’esse succitate, invita il proprio allenatore a smetterla con l’autoerotismo dandogli i sette giorni (siamo a luglio, n.d.a.). Fossi tifoso di quei colori mi farei, che so?, genoano… Vabbé non esageriamo.

Lo sport dove a gennaio una squadra titolatissima di Milano riprende a peso d’oro un allenatore che, dimentichi tutti del passato, ci si scorda prese schiaffi in faccia dalla Juventus negli anni duemila, salvo vincere scudetti quando gli azzerarono la concorrenza. Ritorna, conferisce con i dirigenti, dice che la rosa fa schifo e bisogna implementarla: Podolski, Shaqiri, Santon… Si disse “acquistiamo a gennaio così a luglio il mister (che ha scelto i rinforzi) potrà averli già indottrinati sul suo credo… per una nuova, bellissima stagione di vittorie!”. Arriva luglio e Podolski sta già al Gala, Shaqiri se ne va con una minusvalenza di quattro milioni allo Schalke (mica il Reàl…); Santon vive da separato in casa, non gioca neanche le amichevoli e gli è stato chiesto di trovarsi una sistemazione. L’allenatore col ritocchino evidentemente crede di star giocando a PES.

Lo sport che per ragioni di sponsorizzazione costringerà i calciatori, dopo una progressiva degenerazione che ha portato la pesantissima sfera di pelle, color del cuoio, che mi rimanda a mio nonno, e poi quella a pentagoni neri, e il Tango argentino e l’Azteca, a diventare una palla colorata e inguardabile. Quest’anno si è scelta l’opzione Hello Kitty, una roba che i Pantera chiamerebbero “Vulgar display of power”: Vi paghiamo milioni di euro, giocate con la palla fucsia e bianca.

Allora come convinco mio figlio (che non ho. Credo…) ad innamorarsi del calcio? Siccome mi farebbe piacere tenesse ai colori che più mi sono grati, gli mostrerei delle vecchie viaccaesse: Senza andar troppo indietro, la capocciata di Bierhoff contro l’Inter di Lucescu; l’urlo di Zac e lo sguardo incredulo di Guidolin-I alla rete di Sosa avverso la Juventus; Candela che ad Atene prende il sette, le magìe di DiMi e quelle di DiNa; Amoroso che manda in analisi Sartor con un sombrero, ché Buffon sta ancora cercando la palla; un 1-3 a Vicenza, con Bierhoff che entra dalla panca per tirare un rigore (era in corsa per la classifica cannonieri), lo sbaglia e poi ne segna due in quattro minuti, un arbitro fiscale e Bachini in mutande e con una sola scarpa (invasione ormai avviata). Insomma, gli direi che probabilmente nessun altro sport, sebbene io ami l’atletica ed il basket in maniera smodata, sùscita tante emozioni come questo calcio qui.

O forse semplicemente andrei in un negozio di giocattoli, prenderei un pallone di gomma, un super tele colorato di bianco e di nero, e lo inviterei a corrergli dietro, a calciarlo, ad accartocciarsi su di esso come fosse il suo giuoco più caro e grato. E novantanove probabilità su cento, quella palla non gliela strapperei più dai piedi.

Alla faccia dei miliardi di euro sprecati per giocatori modestamente impostati, dei petardi lanciati senza un senso logico durante un’amichevole e di chi questo gioco lo vuole distruggere.

Franco Canciani @MondoUdinese

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