Piccole rose e soldi lontani. E l’Udinese?

Piccole rose e soldi lontani. E l’Udinese?

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C’è chi parla in termini critici della preparazione biancanera, svolta a livello del mare; chi addirittura accusa la vicina autostrada, come il Bruseschi non li ospitasse per i nove mesi della stagione regolare! Amici: e Real, Manchester, Barça? E Chelsea, Milan, Inter e Roma? Settimane e settimane di viaggio intercontinentale, a climi improponibili che vanno dal torrenziale, al torrido, al tropicale; ore ed ore di sessioni-selfie, di autografi, di foLza MiRan e magliette gettate ai tifosi di cui sopra. La preparazione non c’entra, ormai i calciatori giocano undici mesi all’anno e fuori forma non vanno mai (a meno che non si presentino ai vecchi-nuovi tifosi con una panza che neanch’io venticinque chili fa).

La pietra dello scandalo è risultata essere la Supercoppa Italiana disputata a Shanghai. Come Alberto Sordi/Marchese del Grillo risponderebbe ad Aronne Piperno ebanista, quando questi gli chiedesse cosa c’è che non è andato bene: “ma tutto, Aronne mio, tutto!”. Lo stadio riempito 50/50 da locali vestiti come Drughi e curvaioli biancazzurri; gli scenografici “oooohhh” ad ogni passaggio riuscito, i delusi “hooooo” ad ogni errore in campo (qualche fischio da parte avversa…). Il campo, simile a quello ove mio papà coltiva le patate; la regìa televisiva cinese, da cui molto spesso il prode telecronista ha preso le distanze, come fosse causa di chi cerca di guardare la partita se mentre la Juventus va al tiro si inquadra un tifoso che acquista un panino fuori dallo stadio. Le immagini, riprese dalla Oriental Pearl Tower di Pudong, per la cronaca alta 468 metri. Ometto l’inno iniziale, ne abbiamo già detto e amen. Insomma ad una persona normale salterebbe il dubbio su chi caspita abbia potuto pensare di organizzare una cosa del genere in Cina. Ma soprattutto perché?

Continuo da mediocre cinéfilo; gli cantano la risposta, in coro, Liza Minnelli e Joel Grey (Cabaret): money makes the world go around.

Tavecchio, Agnelli e Lotito tornano a casa con la bacheca modestamente (in un caso, quantomeno) arricchita da un piccolo trofeo, e tre conti correnti rimpinguati da qualche “sei zeri” in euro. Morale? Immorale? Diciamo no alla globalizzazione?

E come vengono pagati i grandi topplèier se non con l’aumento globale (appunto) della visibilità? Iniziò, nel suo piccolo, la Juventus venti e più anni fa, disputando le gare interne di Coppa Uefa a Milano e Palermo, allo scopo di catalizzare più attenzione da un locale bacino d’utenza bianconero, vero e proprio zoccolo duro. Ed oggi siamo al duepuntozero, in cui l’audience si trova a nove, dieci, quindici ore d’aereo di distanza, a casa di persone che capiscono di calcio quanto me ma amano sentirsi partecipi di una grande kermesse occidentale.

Perché ormai, fatte salve Bayern, Reàl Juventus e poco altro, la maggior parte dei grandi club europei è proprietà, totale o parziale, di fondi comuni o investitori americani, russi, asiatici o mediorientali. È chiaro che per essi il lato sportivo sia relativamente importante, e del tutto vérso all’ottenimento della vittoria n’importe quoi. Ovvio anche che per questi l’investimento assume importanza relativa quando si parla di giocatori di calcio, ove per i meno finanziati le cifre che questi sparano per acquisire prestazioni sportive tutto sommato speso un po’ discutibili di pedatòri internazionali appaiono irraggiungibili. Va detto, anche, che i vari Gianni Agnelli, Angelo Moratti, il primo Berlusconi mai avrebbero speso cento milioni per Bale, settanta per Dimaria, cinquanta per la giovane coppia Romagnoli-Bertolacci. Eppure queste sono le cifre spese dai magnati, in barba totale al briosissimo fairplay finanziario del signor Michele Platini, che si bèa e si vanta di aver ricondotto a più miti consigli le formazioni europee. Forse le piccole e le medie, non certo le major.

Ed allora non ci meravigliamo che le supercoppe volino in paesi ove la cifra sportiva è decisamente diversa dalla nostra, e le tradizioni sono curiosità da osservare come i pionieri americani facevano con i primi cinesi che approdarono negli States durante la costruzione delle strade ferrate.

A ciò si aggiunga la decisione improvvida e poco organizzata della Federazione, che ha deciso l’immediata riduzione delle rose a venticinque elementi. Con l’immediato risultato di mettere, potenzialmente, seicento onesti pedatòri (o quasi) in mezzo a una strada. Se non quest’anno, di sicuro il prossimo o quando il contratto scadrà. E quello che a gennaio fu acquistato a cento, oggi se ne va (a stento) a trenta, in formazioni britanniche di seconda fascia. Come fa, una squadra di livello, a recuperare soldi spesi per ingaggiare giocatori che credevano fosse amore invece era un surplus? Semplice. Prendendo l’aereo e andandosene a farsi delle belle amichevoli a fusi orari di distanza. Come vedete, tutto torna.

E l’Udinese? Se la guarda da lontano. Se non se la ride, poco ci manca. Molti hanno sottolineato come la proprietà sarebbe stata obbligata a svendere le centinaia di giocatori controllati, alcuni fra loro (quelli che proprieta sganci o se ne vada) anche sghignazzando. E i dirigenti di certo hanno pianto un po’ il morto, ma al contempo hanno reagito: lasceranno andare alcuni contratti, spediranno altri in prestito con diritto o obbligo di riscatto finale, altri ancora arricchiranno (?) le rose delle ramificazioni ispanica e londinese di cui si parla molto spesso. E il gioco è fatto.

Ad oggi i giocatori in eccesso non sono poi così tanti. Troveranno, lo vedrete, sicura destinazione. E qualora questo non fosse, rimarranno ad allenarsi ad Udine, con il loro modesto ingaggio, fino a quando non troveranno sistemazione.

Per quanto riguarda il mercato globale, invece, i Pozzo stanno alla balaustra, con popcorn e bibite gassate (niente alcolici, siamo mica inglesi) a guardare, ascoltare i colleghi sbattersi per pagare ingaggi faraonici a pedatòri che tutto sommato gli daranno medie o mediocri soddisfazioni. Ripeto: non parlo di prestazioni sportive, di congruità o meno delle rose allestite, di ambizioni frustrate o deluse. Mi riferisco solo allo sperpero di soldi messo in atto da molte, troppe società.

Chi sa di calcio molto, molto più di me mi dice che non capisco nulla. Quando un allenatore che arriva a mezza messa perché il predecessore faceva pena, si fa dare una vagonata di euro come ingaggio, fa acquistare a gennaio dieci di loro, proprio quelli non altri, a suon di fantastiliardi reputandoli indispensabili; quando questo allenatore arriva a metà classifica deludendo, battendo a stento avversarie ridotte in nove, se ne esce dicendo “ho bisogno di una squadra nuova e di fare la preparazione dall’inizio” e viene accontentato; quando tutti i grandi giocatori acquistati se ne vanno a luglio, ritenuti un esubero; quando infine tutto ciò viene ammantato di carisma e capacità, ché il suddetto conducatore sta semplicemente programmando il futuro come dicono i suddetti esperti di pallone, beh ammetto la mia sconfitta. Per me la programmazione è altro. Questo è collezionare figurine della Panini di Modena.

Amici miei, non camberà: peggiorerà, piuttosto. I tifosi, i supporter, i sostenitori domestici sono sempre meno interessanti, soprattutto per la loro limitata capacità di spendere in accessori e merchandising; è stato notificato loro tutto ciò quando li si sono obbligati, prendendo a scusa la repressione della violenza negli stadi, a sottoscrivere misteriose tessere del tifoso, inutili pezzi di plastica. Lo hanno capito quando gli si è manifestato il fastidio che si prova nel vederli in trasferta. Dimentichi, quelli che comandano l’astronave-giocattolo, che il calcio siamo noi. E che presto o tardi i cinesi e gli indonesiani si stancheranno e dedicheranno energie al basket, o al badminton. Non è così sicuro, cari grandi e potenti capoccia del pallone, che ci troverete ancora qui. O forse sì: ma non per voi, solo per una sfera che, rotolando, ci affascina sempre come la prima volta. Anche se sembra quella di Hello Kitty.

 

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