(ri)Partire. Sì, ma dove?

(ri)Partire. Sì, ma dove?

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Dopo un giro internautico, cercando vecchi videi di goal d’antàn, magari rileggendo i pezzi che scrivevo qualche anno fa a corollario di imprese eroiche, eroticamente sportivamente irripetibili, scrivo. Per la Vostra gioia, o disperazione, beh in ogni caso la scelta non manca.

Però non mi tornano i conti. Come quando smonti e rimonti un motore, e una volta finito rimane per terra una manciata di viti, bulloni, spine e manicotti. L’amico, quel gran genio, sorride e ti dice “a l’à di fà cussì, dev’essere esattamente così”. Ma la moto borbotta e non spinge, fuma, fischia, muore. Rottamata. Amico da bar, col cacciavite in mano non fai i miracoli e la prossima volta ti pago un taglio se stai zitto.

Non Vi ingannate, non ho cambiato spacciatore di hierba buena. Pensavo alle interviste post-Milan di alcuni addetti ai lavori, in vista della gara di Bologna.

Ho sentito complimenti e ripartenze.

Imma Badu si complimenta con i tifosi e afferma di voler ripartire dal secondo tempo. Stefano Colantuono dice che il secondo tempo l’Udinese lo ha vinto, si complimenta con i suoi (per la reazione) e afferma di voler ripartire dal secondo tempo; Pozzo senior fa i complimenti allo stadio (sic) e afferma di voler ripartire da zero a gennaio.

Tutti i colleghi hanno scritto fiumi di parole, negli ultimi due giorni, ognuno con un’idea più o meno condivisibile; io mi sono per decenza astenuto dall’esprimere i miei pensieri, al solito astrattamente inutili. Oggi però una domanda mi sovviene, spinta dal basso della mia pseudo-cultura pop, abbreviazione albiona del termine popolare, e me la suggeriscono i maestri assoluti del non-senso colmo di sensi mai unici, la premiatissima ditta Ponzoni&Pozzetto.

Badu (ri)parte; Colantuono (ri)parte; Pozzo (ri)parte. Ma dove arriva, se (ri)parte?

Signori miei, facciamo a capirci: manca la stazione, manca il treno, mancano i vagoni. Ci sono solo gli astanti (i tifosi e noi cantori) che salutano chi dovrebbe (ri)partire da un binario ancora non costruito. Lo ripeto: prima di buttar giù di getto parole e righe, mi son rivisto i tempi che furono, ascoltato parole dell’epoca, riletto pezzi più facilmente ispirabili di quelli che possiamo stender oggi. Scritti da una stazione splendidamente addobbata, in cui funzionava perfettamente il bar e i treni arrivavano in orario.

L’Udinese fu presa a modello perché per ogni vagone che vendeva, quasi fosse un’auto di gran lusso ceduta allo sceicco di turno, ne scopriva altri tre, li valorizzava e avanti col Brun. La stazione era la squadra, il binario il gioco e tranne un paio di stagioni andate mediocremente di calcio se n’è visto, eccome!

Detto ciò, il passaggio dall’oro al piombo non è avvenuto improvvisamente, né con anti-filosofale alchimistica reazione, inclusa la scenografica e filmica nuvoletta di vapore. L’ultimo vero, autentico campione ceduto è stato Alexis Sànchez, uno che può dar del tu a Messi, a Van Persie, a Robben. Da lì in poi, e la causa è di gente come me che non se n’è accorta, il declino è iniziato. Mascherato il primo anno dalla qualificazione ai preliminari di Champions madornalmente gettati via contro i portoghesi, quello in cui cercammo di trovare germi di maravilla in un ragazzo rumeno dalle doti tutto sommato medie; in quella successiva dalla conquista  dei preliminari di Europa League cui si giunse con un rush finale entusiasmante, quando le rivali però si suicidarono (sportivamente parlando); delle ultime due stagioni invece neanche parliamo.

Da Sànchez in poi niente campioni: buoni, ottimi professionisti come Mehdi Benatia (accolto da Robben e Ribéry a Monaco con le parole “kika**è questo?”), Roby Pereyra, Kwadwo Asamoah, lo sfortunatissimo Mauricio Isla Isla, ma i grandi giocatori sono altra cosa.

Perché ciò sia successo, non lo so. La rivalità delle altre società, copione anziché no? Il turnover degli osservatori tecnici sparsi ai quattro cantoni del mondo? Il progetto EuroPozzo che ha disperso energie e denari? Beh, parlando di altre formazioni non ne scorgo una che faccia il giochetto-Udinese. Lo so, vi viene in mente Paulo Dybala; o Franco Vazquez, quindi il Palermo. Eh no, cari miei: Zamparini questi giocatori (a partire da Lavezzi, Hernàndez, Cavani, Pastore) li ha pagati, e cari. L’Udinese non ha mai sborsato cifre significative per i gioiellini portati a casa, un paio di milioni per Alexis è stato già per loro un mucchio di quattrini. Per la Joya Zamparini ha versato ad una società argentina di B, l’Instituto di Còrdoba, un totale di tredici milioni di euro. Non esattamente la stessa prassi.

Credo piuttosto si tratti della presunzione, sicuramente in piena buona fede, da parte della società che anche mutando la giostra di talenti in un manìpolo di contratti in scadenza, ultratrentenni mestieranti, svincolati di ritorno il prodotto non cambiasse.

Ma l’Udinesecalcioessepià par oggi società atea, di fronte alla divina Eupalla la quale è ondìvaga, e non si accontenta di dare all’Udinese poca gamba, zero punti, gioco sottozero: no, la dea dalle molte gambe insiste e cava dal cilindro la difesa impenetrabile del Carpi, uno scambio Blanchard-Neto (portiere della Juventus) e palla in rete, Chievo e Sassuolo che trasformano in punti anche la più insignificante delle occasioni. Resta il buon Delio Rossi a dar speranza, sempre se verrà confermato, di un domani non proprio da terzultimi, isolati nelle pastoie della classifica. Non menziono neanche il Genoa di Gasperini, con l’auspicio che arrivino quantomeno a finir il campionato prima che terminino i denari.

Ci si attacca a tutto: agli schemi, alla speranza, alle ripartenze “dal secondo tempo di martedì”; allo stadio-fortino dov’è passata financo la S.P.A.L.; al possibile ritorno di un dirigente sempre (ed a ragione) rimpianto (massimo rispetto per i quadri di adesso, ma lo spessore di Colui è cosa del tutto ed assolutamente hors catégorie). Mancano solo il sale da spargere sulle porte (lo fece il magazziniere Mìlan, travestito da sacerdote nel 1980, prima di Udinese-Avellino. Pellegrini III ci trafisse al 91’), i cornetti portafortuna, magari qualche sacrificio umano. No, non guardate la suocera, Eupalla è capricciosa ma non cruenta.

Secondo me la soluzione è semplice. Al contempo, oggi come nelle ultime 80 gare, complicata da morire: Giocare. Al. Calcio.

Per questo mi piacerebbe rivedere in campo tre/quattro difensori, quattro/tre mediocampisti, tre-punte-tre. Insistiamo da tre anni a voler vedere Totò dietro due punte vere, a far da trequartista, ma so che succederà solo in un’eventuale partita del cuore con Di Natale a lanciare Barbarossa o D’Alema.

Invece han preso Ciccio Lodi, quindi probabile uno schema più cauto. Amen, ho sognato per 45’ un ritorno al passato. Alle immagini di Marcio a Torino sponda Juventus, di Pierini che segna a Parma e fa il cammello. Di Bogarde che lancia Bierhoff a matare il Milan di Capello. Esser nostalgici non è una colpa se non si pretende di far proseliti: non sono un missionario, né un vegano del calcio.

Siccome però sono un dietrologo della peggior risma, pur non conoscendo affatto gli interni equilibri societari, mi è parso di scorgere un certo grado di fastidio nella dirigenza allorquando per un intero tempo la squadra ha giocato con il 4-3-3, ottenendone (sia pur anche per demeriti avversari) ottimi risultati (2 reti realizzate, zero pericoli subìti).

Il mio calcio è fantasia, è rischio, è perdere sapendo che per farla propria gli avversari hanno dovuto superarsi. Sono innamorato della punizione di Balotelli, delle rabone di Totò, delle biciclétas di Pinilla. Non mi lamenterò (non tanto, almeno) se si perderà a Bologna essendosela giocata fino all’ultimo; né ne sarò vieppiù preoccupato, come invece mi sentirei se portassero a casa un punticino miserrimo dopo una gara alle corde.

Una cosa è certa: fossi in Colantuono cercherei di motivare la squadra, serrare le fila e far loro disputare una specie di gara della vita. E non mi si parli di ripartire da una sconfitta come quella di martedì scorso: la classifica è pessima, manca il treno la stazione i binari. Inizino, intanto, a metter giù le traversine. Il gioco si fa duro: se all’Udinese ci sono dei duri, inizino a giocare.

Franco Canciani @MondoUdinese

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