Udinese, uan punt is megl che nient

Udinese, uan punt is megl che nient

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Novembre. Che di primo acchito sembra aprile, non foss’altro che per le foglie ormai definitivamente cambiate di colore nella (sinora vana) attesa dell’inverno.

Il primo di novembre: giorno dei Santi. E domani decisamente Dìa de los Muertos: quarant’anni da quando PierPaoloPasolini, scritto così, tutto attaccato, lasciò la terra per volarsene via. Come? Chi? Ancora non lo si sa per certo.

Non mi interessa se fosse di crescita friulana, natali bolognesi, morto a Roma: mi interessa ricordare, sommessamente ma più decisamente e di certo sinceramente rispetto a troppi media istituzionali, per i quali tutto sommato fu una scomparsa accettabile. Fa eccezione un canale “minore” ma certamente attento della televisione di Stato, che ieri pomeriggio riproponeva una messa in scena de “I turcs tal Friûl”. Scritta nel 1944, è un’opera giovanile di PPP che si rifà alla calata ottomana nella piccola Patria all’alba del ‘500, rendendola simbolo e testimonio della speranza, ma delle sofferenze del popolo friulano nell’attesa della calata turca in relazione a quella nazifascista che ormai, in maniera incontrollata dopo l’otto settembre del 1943, stava devastando il suolo italiano.

Lo saluto, PierPaolo, con queste duecento battute d’apertuta che non c’entrano nulla col calcio, perché PPP il calcio lo amava, lo adorava, lo studiava e approfondiva: non tanto il lato meramente sportivo, ma sangue sudore lacrime versati dai protagonisti in campo. E ci giocava, con amici, lui che fu testimone diretto del Bologna Effecì, squadrone che tremare il mondo fa(ceva).

Novembre: in campo al Sandero non ci vanno pugnaci e valorosi guerrieri della sfera bianca e nera, tantomeno della pesante palla marrone, come all’epoca di Pasolini si usava; il mercoledì di campionato ci lascia in eredità un gruppetto di podòsferi insipienti i quali, dopo aver matato il Frosinone (oggi durato un quarto d’ora a Firenze, prima di prenderne quattro nel solo primo tempo) hanno anticipato la gita-Anno-Santo a Roma sperando nella Misericordia giallorossa. Niente da fare: contro i dettami di Francesco, il buon cuore dei locali è durato duecentoquaranta secondi.

Oggi di scena alla Duster Arena il valido Sassuolo di mister DiFrancesco. Poco dopo la gara ho da prender un volo ed andarmene per lavoro; forte la tentazione di bigiare, di non esserci tanto il mio animo è già sceso in modalità-due-di-novembre. E tali le sensazioni “non positive” in vista di questa gara.

Asseverate da una dichiarazione pre-partita del mister di questa Udinese, secondo cui quest’anno le cose non vanno poi così tanto male, dato che squadre (come Genoa e Palermo) che l’anno scorso terminarono davanti ai friulani, quest’anno se la stanno battendo a pari punti con i suoi pretoriani. Qualcuno lo avvisi, e Ve lo chiedo supplice in nome di un lungo e duraturo rapporto, che la passata stagione è stata di gran lunga la peggiore da quando l’Udinese calcio essepià è riapprodata in massima serie. Forse assieme al Ventura-2002, quando ci salvò un intervento divino (ma la squadra giocava molto meglio di quella del profeta di San Giovanni). Paragonarsi ad una semi-catastrofe sportiva non è proprio una genialata. E per chi come me legge male gli schiemi calcistici ma piuttosto bene le persone, è segno di tensione e debolezza. Tranquillo, coach: è solo calcio.

Mettiamo le cose in chiaro: desolante Sassuolo. Defrel e Berardi spariti dal campo, Floro presente solo nell’occasione del palo esterno, Politano arruolato solo per le statistiche. A chi non la vede così consiglio di ripensare a cosa avrebbe creduto di subìre, appena dopo aver guardato la classifica e soprattutto le ultime loro gare. Di Francesco dà la causa alle condizioni del campo, al dispendio energetico e agli infortuni. Grande allenatore, grandissimo piangina (da sempre) che oggi non cita le cavallette solo per dimenticanza. Oggi hanno preso un palo esterno, dopodiché a Karnezis, Wague, Danilo e ad un bravissimo Felipe mancava solo il mazzo da quaranta per giocare a briscola.

A prescindere dall’Udinese, avrebbero meritato di perdere. Perché hanno mostrato (in testa il loro allenatore) la spocchia e la presunzione delle grandi, avendone però solo qualche centesimo da investire e un presidente in comune con la Confindustria (e ciò non è poco).

L’Udinese? Decisamente qualcosa di meglio del solito, ma neanche lontanamente sufficiente a battere un’avversaria tutto sommato dimessa. Croce addosso, come sento, a Stipe Perica, rèo di essersela presa con alcuni compagni e di un tiro a lato dopo una sgroppata. Diméntichi, come sempre, di chi lo ha preceduto in campo, autore di troppo, troppo, troppo poco. Sì, Totò, anche tu oggi hai giocato da seimenomeno.

Cuore e carattere, come richiesto dalla curva Nord, si sono visti, ma il gioco offensivo è ancora un alieno. Ripartano da una difesa neanche lontana parente di quella di mercoledì. Centrocampo e attacco da rivedere. Rimpiangere Zapata è umano quanto inutile, ma onestamente nessuno degli attuali effettivi d’attacco a disposizione gli si avvicina per pericolosità ed efficacia. Insisto nel mio mantra, vorrei vedere Prtajin a fianco di Aguirre o Théréau. Tanto, cosa cambierebbe?

A me è piaciuto il piglio; è totalmente dispiaciuta l’integrale caoticità delle trame bianchenere, solita solfa pseudo-calcistica che rende tre passaggi di fila, con precisione ed efficacia, utopia pura. Mancano inserimenti dei centrocampisti, che vanno al tiro pochissimo. Manca la lucidità necessaria a sfruttare occasioni imperdibili come quella contro il piccolo Sassuolo di oggi, la cui difesa basata sul redivivo Acerbi e Terranova pareva tutt’altro che imperforabile. Le occasioni odierne, non poche, sono raramente nate da trame pensate ed eseguite, ma soprattutto Consigli è stato ordinato, ma non ha dovuto compiere veri miracoli. In porta si tira pochissimo, e questo è figlio di un gioco che, forse ha ragione chi me lo disse a suo tempo, questa squadra non potrà mai sviluppare bene.

La televisione societaria, giustamente ottimista, stigmatizza chi oggi critica la prestazione, evidentemente tacciando costoro di disfattismo e pregiudizievole pessimismo. Può essere: anch’io, spesso catonesco, pur’io sono stato meno duro del solito. Perché ho avuto l’impressione che ci abbiano messo più “sé stessi” che in precedenza. Li vorrei però invitare a togliersi quel tono da “credereobbedirecombattere” che solo a parole democraticamente rifuggono, ripetendo pappagallescamente “si, non hanno visto (i tiri, le parate, le prestazioni), dai, il calcio è bello per questo (sorrisino)”. Qui nessuno ha piacere di commentare dodici punti in undici partite, media di 1,1 a gara con conseguente 39-40 punti finali. Il popolo ama entusiasmarsi, non mettersi lì a costruire un righello fatto di centimetri che portino al metro. Se l’importante del calcio fosse accumulare punticini, salvarsi due partite prima della fine, avere lo stadio bello bello (e un campo da beach soccer, diciamocelo) allora mi sa che come sempre voi che siete esperti bravi competenti, che avete calcato palcoscenici importanti, chiosate sul calcio-pay-per-view. Io rimarrò quello che guarda giocare al pallone e smania per giocatori molto modestamente impostati, solo per ciò che dànno di sé in campo. Siamo diversi. Ma ditelo, anche a me, col sorrisino: il calcio è bello per questo.

Franco Canciani @MondoUdinese

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