Mazzia, e quello spiraglio di speranza a Cesena in un mondo che stava impazzendo

Mazzia, e quello spiraglio di speranza a Cesena in un mondo che stava impazzendo

di Monica Valendino, @Moval1973

Bruno Mazzia, probabilmente, fosse arrivato a Udine con qualche anno di ritardo sarebbe stato considerato uno degli allenatori più innovativi mai visti da queste parti. Ma per essere rivoluzionario, nel calcio, devi essere fortunato oppure essere al posto giusto nel momento giusto. In Friuli è capitato a Bisogno, che negli anni ’50 non temeva di ostentare anche tre punte quando serviva, poi capitò a Giacomini negli anni ’70, con un gioco all’olandese fondato sul 4-3-3: doppia promozione e applausi. Orrico, rivoluzionario in tutti i sensi, tentò di ripercorrere quella strada, ma la squadra non era all’altezza e, forse, non riusciva a seguirlo. Risultato, un addio segnato.  La stessa cosa capita a Mazzia, profeta a Cremona, poi a Udine fischio perché i risultati non arrivavano. Diciamo il campionato del 1989/90, non vedeva una squadra di grande qualità. O meglio Pozzo aveva ancora in testa l’idea che i nomi attempati valessero più dei giovani affamati. Per ricordare ai tifosi cosa intendiamo citiamo Gallego: storia del Real Madrid, campione dai piedi vellutati, ma che a Udine arrivò in una squadra che doveva correre e dove il gioco voluto dal tecnico (la zona totale, prima che piombasse Sacchi al Milan), non gli permise mai di imporsi.

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L’Udinese 1989
Capita però che le cronache ricordano un Cesena-Udinese dove tutto, per un breve istante, sembrò poter cambiare:  a trenta secondi dal 90′ il Cesena pensava di aver centrato i due obiettivi che si era prefisso: segnare il primo gol tra le mura amiche e raccogliere la prima vittoria in casa.  Appunto 30″, in un calcio dovei recupero era soggettivo ed i padroni di casa mal pensavano che quel diabolico d’un Gallego, riuscisse a inventare una giocata di quelle che gli riuscivano al Real quando innescava Butragueño. Al comunale di Cesena si limitò a servire Totò De Vitis, che con gentilezza ha messo la palla in rete. L’Udinese non aveva creato molto, ma quel che bastava a dire che il pari, alla fine, era giusto. Bruno Mazzia al termine della gara era, ovviamente, soddisfatto: “Oggi a noi è capitato quello che è successo alla Sampdoria contro l’Udinese una settimana prima. Per cui siamo contenti, ma più che per il punto perché abbiamo trovato carattere e in parte il gioco che vogliamo proporre”. Mazzia non durò ancora molto. L’annata fu ricordata come una di quelle dove gli sprechi hanno segnato la retrocessione, ma purtroppo non è solo stat colpa degli episodi. Chissà se fosse rimasto Mazzia…In fond Zccherono ha fatto un ottimo primo anno, ma al secondo ha rischiato l’esonero prima di battere il perugia e inventare un nuovo modo di fare calcio. L’Italia, si sa nonna aspettare, non dà tempo: vuole tutto e subito e gli allenatori sono sempre e comunque i primi capri espiatori. Facile: cambiare uno è meglio che cambiare squadra (o i dirigenti che l’hanno costruita). Anno strano quel 1989, sospeso tra speranze e sogni Mondiali. Girando nei bar del centro cittadino friulano molti ‘esperti’ davanti al tajut erano concordi: una città che ospita i Mondiali non può finire in B, la salveranno. Ecco, quando capita a te, le regole possono anche essere semmai violate, quando è capitato ad altri via alla ghigliottina. E’ l’Italia, la giustizia è giusta solo se capita ad altri e questi sono pure antipatici. Va così da sempre, va così nel calcio. La propria squadra non si tocca, ed anzi va protetta e se subisce torti è giusto quasi penso che prima o poi debbano essere compensati in un qualche modo. Mazzia non subì torti particolari, diciamolo: aveva una squadra mediocre che non sapeva reggere l’urto della promozione. retrocesse e iniziò l’ascensore fino al 1995. Ma in quel 1989 mentre il mondo pian piano cambiava (in Sudafrica apertura del nuovo presidente Frederik Willem de Klerk nei confronti dell’abolizione dell’apartheid), in Italia gli sprechi per il Mondiale erano solo un’anticipazione di quello che si seminò e crebbe come gramigna negli anni futuri. La famosa rottura del patto tra la famiglia Formenton e De Benedetti è un caso storico di quell’anno, di quell’autunno caldo: la maggioranza del CdA della Mondadori passa sotto il controllo di Silvio Berlusconi. Poi un seguente processo cambi le carte e forse, le sorti di un Paese che imparò che la comunicazione non era poi così banale. E mentre questo accadeva il calcio, figlio di una Milano da Bere, iniziò a impazzire sotto l’effetto della gestione del Milan: tutti a seguirlo, tutti a imitare panchine lunghe e ingaggi stratosferici. Tutti a impoverirsi e a impoverire i vivai puntando sempre più sugli stranieri. Anni pazzi, dove il buon Bruno Mazzia ha tentato con una squadra non all’altezza di dimostrare he le idee sono più forti dei soldi. Non ci riuscì, ma in quel Cesena-Udinese ci credemmo, o almeno qualcuno di noi lo fece. CESENA: Rossi 7; Calcaterra 7, Nobile 6,5; Pierleoni 7 ( 78′ Ansai- di sv). Cucchi 6, Jozic 6; Turchetta 6, Pleracclni 6,5, Agostini 6,5, Domini 6, Djukic 5 (75′ Del Bianco sv). (12 Fontana, 15 Scugugia,16Zagatl) UDINESE:Garetta 7;Paganin 5,5,Vanoli 6,Brunlera 6,Sensmi 5,5, Lucci 6 (69″ Branca sv); Mattel 6, Orlando 6, De Vitis 6, Gallego6,5,Balbo5 (12Abate,13Gaiparoli,14Oddi,15 Bianchi) ARBITRO: Coppetelli di Tivoli 6 RETI: 62′ Agostini, 90′ De Vitis [youtube youtubeurl=”0OlSd0sGG5s” ][/youtube]

©Mondoudinese

 

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