Calcio, Castellacci: “Applicazione del protocollo Federcalcio difficile persino in Serie A”

Sport-Lab ha intervistato Enrico Castellacci medico della Nazionale di calcio dal 2004 al 2018 e attuale presidente della Libera Associazione Medici Italiani del Calcio

di Redazione

Sport e medicina, tra ripresa e dubbi sulla ripartenza. Emergono vari spunti dall’intervista a Enrico Castellacci, storico medico della Nazionale di calcio dal 2004 al 2018 e attuale presidente della Libera Associazione Medici Italiani del Calcio (Lamica).

Secondo delle indiscrezioni del quotidiano “La Repubblica” il premier Conte decreterà lo stop al campionato questo mercoledì. Lei cosa ne pensa?

“L’auspicio di tutti sarebbe quello di rivedere il campionato, cosa difficile. Questo è un periodo drammatico sotto vari punti di vista. C’è voglia da parte della Federazione di vedere completato il campionato, anche per i problemi economici che comporterebbe un’eventuale interruzione. Questo, però, lo deciderà il governo. Bisogna anche dire che un giocatore professionista non può stare quattro mesi senza allenarsi. Dovremmo studiare un metodo per farli allenare in sicurezza, magari con protocolli diversi rispetto a quelli messi sul tavolo finora”.

A proposito di tavoli, il ministro Spadafora ha detto che si dovesse trovare un compromesso tra Figc e governo si potrà tornare a giocare, altrimenti no. Cos’è che manca? Qual è il compromesso che manca per tornare a giocare?

“Il protocollo della commissione della Federcalcio non ha soddisfatto il comitato tecnico-scientifico. Noi medici del calcio – parla da presidente Lamica – non siamo stati invitati al tavolo, nonostante fossimo un punto importante in questo progetto. Avremmo gradito portare le nostre idee. In alcune categorie – Serie B e Lega Pro – si vivono momenti diversi. L’applicazione dei protocolli in Serie C è fuori dalla realtà, perché ci sono più carenze rispetto alla massima serie. Noi l’avevamo detto subito, sostenendo da principio che questi protocolli escludono molte categorie, oltre al fatto che sono difficili anche da applicare in Serie A. Ci sono molti punti oscuri”.

Come mai non siete stati contemplati?

“Effettivamente è anomalo. Noi lo diciamo apertamente, perché conosciamo la realtà dei campi. Avremmo potuto dare e potremmo sicuramente dare un contributo importante. Chiediamo solo che sia ascoltata la voce del medico del calcio, ormai una figura classica nei club. Mi auguro che le istituzioni federali si rendano conto che sia stato un errore, ma c’è sempre tempo per cambiare idea. Noi siamo sempre pronti a dare il nostro contributo”.

Prosegue sui protocolli

“I punti oscuri dei protocolli vanno chiariti. La Federcalcio ha detto che li avrebbe ripresi. Nel protocollo si dice che qualora si dovesse trovare un giocatore positivo al Covid-19 l’atleta sarebbe messo in quarantena, gli altri invece sono limitati a dei semplici accertamenti, senza quarantena. Questo contrasterebbe col Dpcm governativo. Bisogna chiarire questo punto, prendendo spunto dal protocollo tedesco: in Germania si mette il giocatore in quarantena e si fanno più tamponi agli altri. Se sono tutti negativi si continua. Per fare questi ci vogliono grandi spazi, centri sportivi e nessuna contaminazione esterna per creare ambienti sterili. Tutto questo è difficile applicazione”.

Cosa ne pensa dell’operato del comitato tecnico-scientifico e del lavoro del ministro della Salute Roberto Speranza?

“A livello sportivo ci sono state molte incertezze. Capisco le cautele che ci dovevano essere, perfettamente giustificate. Quand’ero in Cina ho vissuto una situazione analoga, quindi ho vissuto il virus quando è cominciato in Cina. Gridavo alla prudenza, ma capisco che un governo possa essere cauto nella ripresa. Non capisco il motivo per cui i giocatori di calcio non possano allenarsi, quando invece è stato dato il via libera per gli sport individuali. Non è comprensibile, visto che ci sono club con più campi per gestire gli allenamenti”.

Su Speranza

“Mi sembra che il ministro stia facendo un passo indietro rispetto a questo punto di vista, anche perché sollecitato dai presidenti delle Regioni che hanno dato libertà agli allenamenti. Ci deve essere maggiore uniformità di intenti nel Paese”.

Lei è per la ripresa del campionato oppure no?

“Non sta a noi decidere. Il parere personale non ha senso, qui dobbiamo tenerci pronti a quello che decide il governo. Bisogna fare dei protocolli rigidi ma applicabili. Fatto sta che i giocatori, anche se non dovesse ricominciare il campionato, i giocatori devono cominciare ad allenarsi. Andrebbe fatto un protocollo più semplice anche per la B e la C, perché anche loro hanno diritto ad allenarsi. Fare dei protocolli senza concretezza non ha senso logico”.

Come impatterà sul mercato la crisi economica nel calcio?

“Sarà inevitabile una recessione che avrà degli effetti anche nel mondo del calcio. Le problematiche economiche si avranno se il campionato non si concluderà. Soprattutto a livello contrattuale sarà un problema. D’altro canto viviamo un momento di eccezionalità, anche a livello calcistico. Se queste problematiche ci saranno vedremo un altro calcio, almeno all’inizio”.

Quando ha capito che l’Italia nel 2006 avrebbe potuto vincere il Mondiale?

“Era un’idea che avevamo tutti, ma la ricacciavamo per la paura che portasse male. In realtà eravamo perfettamente consci che Marcello (Lippi) aveva creato La Squadra, compatta, fatta di giocatori eccezionali. Noi siamo partiti da Coverciano per andare a Berlino senza l’ombra di un tifoso. Immaginate la tristezza di essere sul pullman, partire per il Mondiale e non avere un tifoso che inneggia alla Nazionale. In Germania trovammo coloro che ci lavoravano e cominciammo a esaltarci”.

Qual è stata, secondo lei, la gara clou?

“La partita clou, senza dubbio, è stata la semifinale contro la Germania. La partita contro la Nazione di casa, nello stadio che, come dicevano loro, “non aveva mai visto perdere i bianchi di Germania”. Settantamila persone con uno spicchio italiani. Giocammo una partita incredibile, anche “scarognati” con due legni (Gilardino e Zambrotta). Noi lì abbiamo vinto perché abbiamo dimostrato di essere più forti”.

Come l’ha vissuta?

“Quando è finita mi sono dilungato sulla panchina, dicendo tra me e me “Ma è possibile che abbia avuto di poter vivere un momento simile?”. Tutti gli altri erano andati negli spogliatoi. Per questo, sempre pensando che avrei vissuto una finale mondiale, mi sono avviato verso lo spogliatoio. Sui gradini dello spogliatoio ho incontrato Klinsmann (Jurgen, ct della Germania). L’ho guardato pensando che era l’allenatore dei tedeschi, che aveva perso la possibilità di giocare una finale del Mondiale con la Germania in Germania. Ero imbarazzato. Ci siamo guardati negli occhi e gli ho detto: “Dire che mi dispiace non posso dirtelo, però che ti capisco umanamente sì”. Lui mi ha risposto: “Non ti preoccupare Enrico, ricordati che siete i più forti”.

Ma invece i rigori di Italia-Francia li ha guardati o era girato per la paura?

“Li ho guardati tutti. La dovevo vivere fino all’ultimo. Devo dire che vedevo tanta certezza nei giocatori. Non c’è stato nessun giocatore che si è tirato indietro. Tutti volevano tirare il rigore, anche Gigi (Buffon). Non vedevi il giocatore che faceva finta di non vedere. Bellissimo quando disse a Grosso di battere l’ultimo rigore. Davanti a Fabio scettico Marcello gli disse: “Ricordati, tu sei sempre stato l’uomo dell’ultimo minuto, quindi segnerai l’ultimo rigore”. Così è stato. Sotto il cielo di Berlino abbiamo alzato quella Coppa”.

Tornando indietro di qualche minuto, cosa ha pensato davanti alla testa di Zidane a Materazzi?

“Non l’ho vista, come nessuno dalla panchina. Poi ho visto Marco a terra e sono entrato in campo, ma senza aver visto quello che era successo. Quando sono arrivato vicino a lui gli ho chiesto cosa fosse accaduto. Marco mi ha risposto: “Mi ha dato una testata”, riferendosi a Zizou. Lì per lì sono rimasto esterrefatto. Poi mi ha detto: “Ma lo ha espulso?”. Gli ho detto di no e si è ributtato giù. Ci siamo alzati, siamo corsi verso il guardalinee che non aveva visto niente. Poi il quarto uomo, che si era accorto di tutto, ha comunicato al guardalinee e all’arbitro quanto accaduto. Davanti a noi ha poi espulso Zidane. Un grande giocatore. L’ho guardato quando usciva con lo sguardo triste. Era la sua uscita di scena dalla vita calcistica. Quella è stata l’ultima sua partita. Zidane è passato vicino alla Coppa senza neanche guardarla”.

Qual è stata la reazione di Nesta quando gli ha comunicato che non avrebbe continuato il Mondiale?

“Per lui è stato devastante, anche perché Alessandro (Nesta) ha sempre avuto problematiche fisiche in Nazionale. Mi è dispiaciuto moltissimo quando gliel’ho comunicato, perché si è reso subito conto della situazione. Sono stato poi contento perché chi l’ha sostituito (Materazzi), in qualche modo, è stato importanti in una Nazionale in cui tutti i giocatori sono stati fondamentali. Hanno fatto una cosa incredibile”.

Poi la Nazionale ha avuto un calo negli anni successivi, tranne nel picco degli Europei 2012 e 2016

“Il calcio segue un grafico altalenante, dalla gioia al dolore più profondo. Ne ho passate tante. Un secondo posto con Pradelli agli Europei dove perdemmo la finale contro la Spagna, un terzo posto alla Confederations Cup, l’Europeo con Conte nel 2016. Poi tante delusioni: Sudafrica, Brasile e l’eliminazione con la Svezia. L’eliminazione contro gli svedesi è stata la cosa più tragica, tant’è che ho continuato per un po’ per poi dare le dimissioni. Quell’esperienza mi aveva un pochettino devastato. Quando la Nazionale ricomincerà a vincere sarà una rinascita, come sarà bello uscire dal virus e uscire nuovamente di casa”.

A proposito di rinascita, la nuova Nazionale ha parlato molto di rinascimento, a partire da una maglia verde. Pensa che ci sia questa possibilità?

“La maglia verde è stata emblematica, ma io sono rimasto legato all’azzurro. Per me la maglia della Nazionale deve e dovrà essere sempre azzurra, anche se accetto simbolicamente la maglia verde come simbolo di rinascita. Questa è una Nazionale giovane, molto bella. A me piace. Mancini (Roberto, ct della Nazionale) ha messo su una bella squadra. Peccato non aver potuto fare questo Europeo, avrebbe potuto dare delle sorprese piacevoli. Comunque le darà, perché sono giovani calciatori e possono solo migliorare”.

Qual è il giocatore più forte che ha visto in Nazionale?

“Non lo dirò mai. Ho visto talmente tanti giocatori di livello che non potrà mai dirlo. Tantissimi. Se facessi un nome mi dispiacerebbe per l’altro. Posso dire che ci sono stati dei personaggi incredibili. Cito Rino Gattuso, perché mi è rimasto nel cuore. Lui ha rischiato di non venire al Mondiale per quella lesione che si fece il giorno prima della partenza. Abbiamo rischiato nel portarlo, ma ci fu una forte volontà mia e di Marcello Lippi nel portarlo in Germania. Conoscendo Rino è l’unico giocatore per il quale avrei potuto rischiare. Così abbiamo fatto, lui ha perso una sola partita e ha finito il Mondiale alla grande”.

Quanto è importante lo staff medico in un Europeo o in un Mondiale?

“Quello è il momento in cui si riqualifica la figura del medico. Nel calcio, purtroppo, il medico non è mai stato considerato molto. Da presidente Lamica sto facendo una “battaglia” per ridare dignità a questa figura, spesso misconosciuta, soprattutto nelle serie minori. Tutte le responsabilità cadono sul medico, quindi urge una rivalutazione federale della figura del medico. Molto importante che ci sia uno staff medico largo nei club, è fondamentale”.

Chi temeva di più le sue cure? Totti?

“Francesco è sempre stato sorridente. Si faceva far tutto tranquillamente. Balotelli era quello che aveva timore di tutto, appena lo si toccava, specialmente sulle ginocchia. Ma alla fine il timore è umano”.

Dalla più grande gioia all’incubo di Italia-Svezia. Cosa si ricorda di De Rossi che dice “Perché devo entrare io e non Lorenzo (Insigne)?

“Fu una frase buttata lì perché ricca di emozioni. La palla non entrava, tutti erano nervosi. Lui pensò che era meglio un attaccante di un centrocampista, venne inquadrato e ha fatto storia. Faceva parte del momento drammatico che stavamo vivendo, una partita stregata. Le qualificazioni erano comunque andate bene, perdendo una sola gara con la Spagna in Spagna. Fa parte della storia, ci farà ancora più piacere quando si rinascerà con la Nazionale. La vita è fatta così, si cade e si rinasce”.

Qual è, secondo lei, un evento sportivo o uno sportivo che ha cambiato la storia degli uomini?

“Devo dire tutto lo sport. Lo sport è sempre stato un “trait d’union” notevole, anche davanti a contrasti politici. Lo ha sempre fatto, unendo popoli dove la politica li stava dividendo. Mi ricordo perfettamente che ci sono stati tanti eventi sportivi che sembravano dissacranti per la politica, che invece hanno unito. Viva lo sport”.

 

Sport-lab.it

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