Cristiano Lucarelli non si tira indietro nello spiegare la situazione del Parma. Alla Gazzetta dello Sport racconta che «far fallire la società significa mandare a casa almeno duecento famiglie che lavorano per il Parma. Non sto pensando ai giocatori, la mia mente va a quei dipendenti che prendono, o dovrebbero prendere, mille euro al mese. Sulle spalle ci siamo sentiti questa responsabilità: il nostro gesto ricadeva sugli altri. Il tempo è però scaduto. L’ipotesi della messa in mora è superata. Stiamo lavorando con l’Assocalciatori, con la Figc e con il Comune. Chiederemo direttamente l’istanza di fallimento, bisogna accelerare questo processo per cercare di salvare la categoria».
I prossimi passi?  «Lunedì mattina, in Procura, dovrebbe esserci una riunione con i magistrati, gli esperti del Comune e della Federcalcio: c’è la volontà di anticipare l’udienza fallimentare già fissata per il 19 marzo».
Sulle parole dei vertici calcistici è chiaro: «Vogliamo capire se l’interesse di Lega e Figc è per il Parma o per salvaguardare il loro campionatino. Io ho l’impressione che loro si preoccupino soprattutto della regolarità del torneo, del Parma poco importa. Sappiano comunque che non garantiamo niente a nessuno».
Che cosa significa?  «Semplice, se non ci sentiamo tutelati siamo pronti a non giocare le partite. Andiamo in campo e dopo dieci minuti usciamo. Qui si sta giocando sulla vita delle persone, ci vuole rispetto per tutti. Ci hanno lasciato morire? Bene, allora moriamo tutti insieme».

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Parma-Udinese sospesa. L’avete voluto voi?  «Sì, ci volevano far giocare a porte chiuse. Ci siamo opposti. E chi pensa ai diritti degli abbonati che hanno pagato soldi all’inizio dell’anno? Il calcio si fa con i tifosi».

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