Qui Atalanta: il paziente inglese

Qui Atalanta: il paziente inglese

In Champions League avversari più forti. Ma questa Atalanta ha un doppio volto

di Redazione

L’Atalanta, che ha cominciato a prepararsi a Zingonia in vista della sfida di campionato contro l’Udinese (domenica alle 15, Kjaer, Palomino e Zapata hanno svolto allenamento differenziato), è tornata da Manchester con due consapevolezze. La prima riguarda i tifosi. Ammirevoli. Perché hanno incitato la squadra dal primo all’ultimo minuto, anche quando era in ginocchio per i cinque gol subiti dal City. Il presidente Antonio Percassi ha voluto ringraziarli tramite un comunicato ufficiale. «Grazie, dal cuore. Avete cantato e incitato per tutta la partita e anche oltre nonostante il risultato. Anzi, è stato nel momento di difficoltà che i vostri cori si sono sentiti ancora più forte. Una volta di più avete dimostrato un attaccamento ed una passione che vi rende unici. Essere protagonisti in Champions League fino all’altro giorno era un sogno, oggi è realtà con tutte le difficoltà del caso, ma anche con la consapevolezza di proseguire un importante percorso di crescita», le parole del patron che ci conducono alla seconda consapevolezza, quando, cioè, Percassi parla di «tutte le difficoltà del caso». Che sono tradotte anche tramite i numeri, quelli che rimarcano le tre sconfitte in tre gare, undici reti subite e solo due segnate (una su rigore). Numeri che fanno a pugni con quelli del campionato dove l’Atalanta occupa il terzo posto in classifica e ha prodotto la bellezza di 21 gol in 8 partite.

Il vulgus, dopo i cinque schiaffi rimediati in Inghilterra, si chiede il motivo di questa (grande) disparità di risultati tra Europa e Italia. Le motivazioni sono molteplici. Alcune chiare, altre più figlie di ipotesi. La più chiara riguarda il valore degli avversari. Un conto è affrontare Aguero e Sterling, un altro Mancosu e Babacar (con tutto il rispetto per il Lecce). Perché in Champions si trova non solo la créme dell’organizzazione tattica, ma anche della qualità individuale. I nerazzurri per i primi venti minuti hanno spaventato i citizens. E parecchio. Lo hanno fatto perché non hanno sbagliato nulla. Le distanze tra i reparti erano perfette e le marcature non lasciavano un millimetro agli uomini di Guardiola. Appena ne hanno avuto uno (concesso da Djimsiti), hanno pareggiato con Aguero. La prima differenza è qui: in Europa ogni minimo errore lo paghi. È stato così anche con lo Shakhtar, dove i bergamaschi hanno dominato eppure sono usciti con una sconfitta. Un altro tema è la difesa, perché in questa stagione in quel reparto non c’è stato un giocatore che sia stato continuo. A turno, Toloi, Djimsiti, Masiello e Palomino (Kjaer non è giudicabile per via dello scarso utilizzo) hanno concesso qualcosa.

Quella che è più un’ipotesi riguarda l’atteggiamento. Perché quando gioca in Serie A, l’Atalanta non ha timore reverenziale nei confronti di nessuno.Tanto è vero che ha fatto colpacci contro tutte le big. In Europa sembra quasi che parta mentalmente alle spalle agli avversari, quasi giustificata dal pensiero che «comunque vada sarà un successo». Quasi che fosse un premio o una vittoria il «solo» parteciparvi e che il risultato poco importi. A differenza, lo ripetiamo, da quanto accade in Italia dove il coltello tra i denti non l’ha mai mollato. E i risultati, anche qui, sono lì a dimostrarlo.

(Corsera Bergamo)

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