Tudor, il gigante buono

Tudor, il gigante buono

“C’è da vedere quello jugoslavo alto”, così Gianni Agnelli commenta quel misterioso acquisto in un pomeriggio d’estate del 1998

di Redazione

Nelle ore in cui si lotta per la salvezza e in cui si potrebbe decidere il futuro della panchina bianconera, ripercorriamo la parte che conosciamo meno di Igor Tudor, quando ventenne, sconosciuto, approdò da Spalato alla Juventus come calciatore.

“C’è da vedere quello jugoslavo alto”, così Gianni Agnelli commenta quel misterioso acquisto in un pomeriggio d’estate del 1998. Igor Tudor ha vent’anni, è alto 192 centimetri ed ha una rapidità eccezionale per le sue dimensioni, ma soprattutto può giocare in tutti i ruoli della difesasi legge su La Gazzetta dello Sport. Qualche giorno prima la Juventus se lo era assicurato superando la concorrenza di Fiorentina, Real Madrid e Bayern Monaco.

Sempre su La Gazzetta nei giorni dell’arrivo di Tudor a TorinoLa palestra bianconera si modifica per Tudor. Il croato e’ a Torino. Alcuni attrezzi sono stati subito adattati alla sua notevole stazza.

Un insieme di circostanze di assenze ed infortuni gli permette di esordire già alla prima di campionato. Viene schierato al centro della difesa. Dopo circa 30 minuti, va a raccogliere un calcio d’angolo di Del Piero e sigla il primo gol con la maglia della Juventus alla prima apparizione.

Stupisce tutti per la sensibilità dei suoi piedi, lui dice: “Noi della scuola slava giochiamo sempre la palla, ce l’abbiamo nei cromosomi, siamo bravi coi piedi, mica spazziamo via, neanche i difensori”.

Pur tra alti e bassi, escono sempre fuori le potenzialità del giocatore, che gli permettono di diventare titolare nella stagione 2000/01. Tudor inizia anche a segnare spesso, da difensore.

Segna di testa in Champions League contro l’Amburgo; di testa su calcio d’angolo saltando più in alto di Peruzzi contro la Lazio; di testa saltando sopra Sala ed Helveg contro il Milan; di testa girando una punizione dalla trequarti di Zidane, mentre veniva trascinato a terra da un difensore della Reggina; di piede, dopo un suo colpo di testa respinto contro il Lecce; di testa, di nuovo senza saltare, dopo una spizzata di Paramatti su calcio d’angolo contro la Fiorentina e poi di nuovo di testa, ancora su calcio d’angolo, ancora trattenuto contro il Bologna.

Lippi, a cui manca un uomo da affiancare a Tacchinardi, lo avvia nella stagione 2001/02 alla carriera di centrocampista: “La sfida con il Milan nel Trofeo Berlusconi è l’ultima che mi consente di fare esperimenti e verifiche. Ho deciso di provare Tudor come centrale di centrocampo. Credo abbia tutte le qualità per giocare bene anche in coppia con Tacchinardi: ha tecnica, rapidità nel breve, colpo di testa, calcio, prestanza fisica”.

Un ruolo in cui non si sente propriamente a suo agio: “Gioco dove vuole il tecnico, ma resto un difensore centrale. A San Siro hanno detto tutti che è andata bene, anche Lippi, e allora sono contento anche io. Ma giocare a centrocampo è molto più difficile, bisogna correre di più e avere un altro ritmo. Se mi chiedono di giocare esterno destro, accetto. Se mi chiedono di giocare a centrocampo, pure. Ma questo non vuol dire che mi piaccia”.

A centrocampo viene schierato nella prima partita della stagione e gioca molto bene, cominciando anche a divertirsi: “A centrocampo corro di più, ma sono sempre nel vivo del gioco, tocco molti palloni e mi diverto. In difesa bisogna stare più attenti”. Ma gli infortuni iniziano a fare capolino nella carriera di Tudor: prima il naso, poi la caviglia.

Come scrive Emanuele Gamba su Repubblica: “Sembra ormai che i fragili equilibri della Juventus dipendano dalla presenza di Tudor, l’unico che abbia permesso una vaga quadratura del cerchio”.

Tra i vari infortuni, Tudor riesce comunque ad essere determinante:  segna un gol di testa all’Inter  decisivo per la volata scudetto, poi vinto dalla Juventus. A fine stagione le presenze in Serie A saranno appena 14 e 4 i gol, sempre decisivi.

La stagione 2002-’03 doveva essere l’anno della sua consacrazione ma l’infortunio alla caviglia si trasforma in un calvario infinito.

Salta 26 partite, poche quelle giocate dal primo minuto. Anche la sera del 12 marzo del 2003 parte dalla panchina, con il Deportivo La Coruna per la penultima sfida del secondo girone di Champions League.

Per la Juventus è una partita fondamentale: vincere vuol dire accedere ai quarti, perdere e pareggiare renderebbero tutto molto più complicato.

A fine partita dichiara: “Per me è la fine di un incubo. C’è stato un momento in cui mi sono sentito tagliato fuori da tutto, ma adesso sono finalmente felice”. Ancora, qualche giorno dopo: “L’altra sera ho riscoperto la felicità. Davvero, non pensavo di poter essere così felice. La sofferenza non basta un gol per cancellarla. Ma non mi sentivo così da tanti mesi”.

Ma è una felicità transitoria perché gli strascichi degli infortuni non concedono tregua al giocatore croato. Tudor lascia la Juventus e se ne torna all’Hajduk Spalato, lì dove era cresciuto e dove gioca un’ultima stagione prima di dare l’addio al calcio, ad appena 30 anni, per i troppi problemi fisici.

In totale Tudor è stato un giocatore della Juventus per 9 anni, dall’estate del 1998 a quella del 2007, con una parentesi al Siena dal gennaio 2005 all’estate 2006Buffon disse di lui: “Tudor è stato un giocatore eccezionale, che poteva ricoprire più ruoli. Aveva grande intelligenza calcistica che gli permetteva di giocare qualsiasi partita senza nessun timore reverenziale. Aveva temperamento, accompagnato da una sana follia”.

 

FONTE ultimouomo.com

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy