Ex Udinese, Stramaccioni: “All’Inter insieme a Milito volevo Gomez e Aubameyang”

L’ex allenatore dell’Udinese ha parlato del suo passato sulle panchine della Serie A

di Redazione

L’ex allenatore dell’Udinese, Andrea Stramaccioni ha parlato del suo passato sulle panchine della Serie A. Attualmente libero, l’ex Roma ha allenato fino a dicembre 2019 gli iraniani dell’Esteghal. Stramaccioni in Italia oltre alle giovanili della Romuela e della Roma ha allenato Inter e Udinese. Sulla panchina friulana rimase una sola stagione, 2014-2016 che portò i bianconeri al 16° posto e al peggior record di punti da quando la Serie A è a 20 squadre, ovvero 41 punti. Queste le parole dell’ex tecnico dei friulani a Tuttosport: “Il mio trasferimento all’Inter è stato doloroso e piuttosto turbolento. Dopo sei anni di Roma, io romano e romanista, ero legato in modo paterno a Bruno Conti che mi aveva scovato alla Romulea. Purtroppo stava cambiando proprietà, come poi sarebbe accaduto con Moratti, con la cessione del club dalla famiglia Sensi agli americani. E io mi ritrovai chiuso perché in Primavera c’era un totem quale è ancora oggi Alberto De Rossi. Per fortuna avevo offerte da Juve, Fiorentina e soprattutto dall’Inter che già da qualche anno mi corteggiava. Da Milano arrivò una proposta importante ma, per liberarmi, fui costretto a esercitare una clausola rescissoria che avevo nel contratto. Il problema è che, per fare questa operazione, aveva dovuto dare l’ok proprio Moratti dopo aver parlato con Rosella Sensi visto che la trattativa stava diventando quasi un caso politico perché l’Inter non voleva che il mio passasse come uno sgarbo alla Roma. Io, l’ultimo giorno a Trigoria, scoppiai a piangere perché uscire da quei cancelli, per uno come me, era un brutto colpo“.

L’Inter
La mattina dopo aver vinto con l’Ajax accendo il telefono e vedo che ho ricevuto duemila telefonate da Piero che mi dice “Andre, il presidente questa mattina ha delle strane idee ma, qualsiasi cosa ti dica, tu rifiuta”. Ausilio lo diceva perché mi voleva bene: l’Inter era una polveriera, aveva bruciato allenatori straordinari come Benitez, Gasperini e Ranieri e lui avrebbe voluto che seguissi un altro percorso partendo dalla Serie B. Gli risposi che non ero stupido, che sapevo che parlava così perché mi voleva bene ma io, un ragazzo di poco più di trent’anni che veniva dal nulla, come potevo rifiutare l’Inter? Mi sarei sputato in faccia per tutta la vita. Non sono un vigliacco, ho sempre lavorato per arrivare a giocarmi un’occasione così“.

L’incontro e la firma
Quando arrivò la convocazione dell’incontro, stavo andando a ritirare un premio con Samaden. Mi chiamò Ausilio e disse “Non dirlo neanche a Roberto, inventati una scusa e vieni qui”. Mi diede l’indirizzo, a Samaden dissi di un’emergenza e presi un taxi al volo. Richiamai Ausilio per chiedere spiegazioni, mi rispose in tono serio perché era in viva voce con Moratti. Dopo di lui chiamai mia moglie Dalila, che non era a Milano, e poi Bruno Conti: mi aveva scoperto alla Romulea, a lui ero legato in modo paterno. Da uomo straordinario qual è, sembrò addirittura più felice di me. “Io lo sapevo, lo sapevo perché te sei de qua, sei de là… Tu sei quattro giri avanti” mi disse. Arrivo all’incontro. Oltre a Piero, ci sono il presidente, Angelomario e Branca. Dopo tre minuti di convenevoli, Moratti cambia tono, si tira giù gli occhiali, mi guarda, prende un blocco di fogli bianchi, una penna e pronuncia una frase che ricorderò sempre: “Allora mister, lei come la farebbe giocare questa Inter?” e mi dà blocco e penna. Dico quello che penso: con l’infortunio di Sneijder, il playmaker a centrocampo poteva diventare Stankovic, poi Chivu non poteva restare ai margini e Milito non poteva stare in ballottaggio con Pazzini. Dopo cinquanta minuti, la sentenza: “Sa che le dico, non me ne frega niente di quello che penseranno, ma lei è il nuovo allenatore dell’Inter”. Bam. Casco dalla sedia. Era successo l’impensabile”.

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