GdS, Gotti: “Il mio metodo? Metto insieme il meglio che vedo a fare gli altri”

GdS, Gotti: “Il mio metodo? Metto insieme il meglio che vedo a fare gli altri”

Luca Gotti intervistato dalla Gazzetta dello Sport

di Redazione

Secondo i friulani, esigenti, l’Udinese non giocava così bene dai tempi di Francesco Guidolin. E Gotti, intervistato dalla Gazzetta dello Sport, ribatte: «Non ho fatto nulla. Prima dobbiamo fare i punti che servono». Ma lui ha già fatto tanto: ha la stima dei Pozzo, la fiducia dei calciatori, il sostegno della gente.

Gotti, perché i calciatori la adorano?

«Premesso che è una cosa che non do per scontata, ammettiamo che ci sia un fondo di verità: mi sono messo a disposizione per aiutare la squadra per il bene comune, superiore a tutto».

Esiste un metodo Gotti?

«Siamo figli dell’eclettismo. In architettura è la corrente che definisce lo stile nato dalla mescolanza dei migliori stili. Lo applichiamo al calcio cercando di mettere insieme le cose migliori viste fare ad altri. Io in base alla caratteristiche dei giocatori a disposizione cerco il miglior guanto possibile».

In che lingua parla con loro?

«Qui si parla una sorta di esperanto, viste le tante nazionalità. In italiano e inglese. Al Chelsea, Sarri parlò subito inglese, studiava tre ore al giorno».

Cosa vogliono i calciatori di oggi?

«Vado contro la banalità di chi li vuole ricchi e abituati al meglio e basta. È cambiato tutto. Oggi per un allenamento di 75-90 minuti trascorrono sei ore allo stadio. Noi abbiamo aggiunto che due pasti, colazione e pranzo, li facciamo insieme. Hanno una maturità superiore, ti chiedono video e supporti. Lavorano per conto proprio, stanno attenti alla nutrizione. In questo Udine è all’avanguardia».

Lei è stato vice di Donadoni per otto anni e di Sarri lo scorso anno al Chelsea: cosa ha preso da loro?

«Roberto è pacato, educato, ma non senza personalità. Dà grande sicurezza ai giocatori, è stato un campione. E vuole sempre osare. Maurizio ha un’idea precisa del calcio e di quel che vuole».

Stupito dalle sue difficoltà alla Juve?

«Premesso che sta andando bene su tre fronti, è impossibile riproporre la modalità Napoli alla Juve».

Cosa ha imparato da vice?

«A stare zitto, ad ascoltare tanto, a parlare il meno possibile, a compensare certe caratteristiche del primo, a intervenire sui singoli».

La sua tesi a Coverciano.

«Un confronto sui 5 tornei top in Europa in relazione ai giovani e al loro utilizzo. Allenavo l’Under 17 azzurra».

Da vice lavorava tanto sulle palle inattive.

«Vado bene su quelle subite. Marco a zona, l’uomo sul palo non è più un dogma, bisogna stare attenti alla zona cruciale. Su quelle offensive, visto che segniamo poco, dovrò migliorare».

Perché segnate poco?

«Manca la finalizzazione. Siamo migliorati nella produzione offensiva, dobbiamo avere la forza di continuare».

Lei ha due lauree, Scienze Motorie e Pedagogia: quanto le sono servite da allenatore?

«La cultura non va esibita, ma dà maggior apertura mentale. Ho fatto pedagogia perché mi mancava il latino. Dopo ho fatto due master in management e in didattica, questa è stata la cosa più utile. Ho insegnato calcio, all’Università a Padova e Milano, per 10 anni».

Tra le sue particolarità c’è l’amore per la moto. Un’idea di libertà?

«È il viaggio. Sono un ducatista convinto. Quando sono arrivato al Chelsea, dopo tre giorni la mia moto era a Londra. Faccio un viaggio all’anno con mio figlio di 12 anni. Dopo aver vinto l’Europa League, sono tornato da Londra in moto. Fermandomi a Reims, la casa dello champagne. Che ho imparato ad apprezzare. Prima amavo i rossi della Valpolicella».

Crede che mischiarsi in mezzo alla gente al ristorante toscano la faccia amare di più?

«Non credo. Ma a Udine è un valore. Non cucino. Amo andare da solo. Magari la gente può apprezzare la persona».

I Pozzo l’hanno voluta a tutti i costi, dopo Tudor.

«Mi confronto tanto con Gianpaolo e Gino che sta a Londra. Amano l’Udinese, mi creda. Il papà controlla ogni giorno i report fisici dei calciatori e segue l’allenamento. Si approccia alla partita ancora con emozione».

Lei non è social, ha solo un profilo facebook, ma il mondo è in mano a questi strumenti. L’ideologia è sparita.

«TikTok un po’ mi spaventa. Sono cresciuto nelle case popolari a Contarina: papà operaio, mamma casalinga. Poi ho costruito una famiglia sportiva. Compagna pallavolista, mia figlia fa nuoto sincronizzato, il maschio calcio. Nel 2015 è uscito il libro “La Mediocrazia” di Alain Deneault. Dice che stiamo creando una società mediocratica».

Torniamo al calcio. L’idea del 4-3-3 la stuzzica?

«Tanto. Ma è un discorso da cominciare».

De Paul è da big?

«Sì. Esprime se stesso in modo più compiuto e ha valori fisici di alto livello».

Cosa ammira del Verona che sfida domenica?

«L’adesione totale a un’idea comune».

Se avesse dei soldi quale giocatore prenderebbe?

«Kantè, del Chelsea. Mette tutto al servizio degli altri. Non è solo un giocatore».

Gotti, che farà l’anno prossimo?

«Non lo so. Bisogna vedere le opportunità. Prima di Udine, ho avuto cinque chances, una all’estero, bella. Ci sono 15 partite. La certezza? Amo troppo andare dentro il campo. E con l’Università ho già dato».

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