Un allenatore, scrive Nick Hornby nel famoso 'Febbre a 90' è come un padre: si riferiva a George Graham, il manager che dopo decenni di noioso Arsenal tornò a far grandi i Gunners, con problemi non da poco (varie accuse di risse, droghe, alcool, con il capitano - Adams - sei mesi in carcere). No, l'Udinese non ha nulla a che fare con quella squadra, qualche scorribanda giovanile, l'aria è frizzante e primaverile nonostante l'inverno alle porte.

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Rimane che a Udine come altrove la figura dell'allenatore è quella di un padre: dev'essere duro se serve, comprensivo all'occorrenza, cercare il dialogo con ragazzi che vorrebbero spaccare il mondo da soli, senza insegnanti tra le palle. Deve saper fare da psicologo in una famiglia numerosa dove tutti hanno la stessa dignità, am non tutti possono scendere in campo.

Dev'essere fiero delle origini, perché sono quelle che hanno dentro i valori da trasmettere e che vengono recepiti da chi sta vicino.

Il dottor Stramamore ha capito bene tutto questo, fin dal primo giorno: si è presentato con fermezza, ma anche disponibilità. Tratta tutti alla stessa maniera, sa che le parole che dice sono amplificate all'ennesima potenza ai tempi di internet e potrebbero essere fraintese. Per questo a volte si ripete, proprio come un padre che sa bene che deve dire le cose una, dieci, cento volte perché altrimenti ci si dimentica facilmente gli insegnamenti.

Ha fatto così quando la sua squadra ha perso la bussola, si è adagiata, perché è normale che i figli facciano così quando le cose vanno bene. Serve sempre attenzione e magari un ripasso.

Così Stamaccioni ha cambiato di nuovo modulo, ha fatto ripetere quello che i suoi sanno fare, ma ha preteso una cosa: 'cazzo, qui si può anche perdere, ma lo dobbiamo fare pressando al limite della loro area". Più o meno negli spogliatoi di Milano è andata così, ha alzato la voce come è normale che accada quando vedi che i tuoi ragazzi, nonostante le possibilità, si lasciano andare.

Poi, alla fine, ha ribadito che si sente friulano, che è stufo di sentir parlare dell'Inter nonostante l'infinita riconoscenza. Quel matrimonio è finito, oggi è padre adottivo di una cultura, di una squadra che un simbolo di una terra. L'ha capito, e quando inizia a parlare in friulano misto a romanesco non è per piattonerai, ma perché il Friuli è così: come per Guidolin ti entra dentro se lo capisci al volo. C'è chi l'ha fatto (Strama, Zac, Guidolin), chi l'ha sfruttato e basta (Spalletti), chi ci è passato da turista (De Canio, Ventura), c'è chi avrebbe voluto fare di più ma è stato forse sottovalutato (Marino). Non tutti sono stati come dei padri (per ora solo Zac e Guidolin sono davvero nella storia e nel cuore), Strama ci sta provando: con quella cultura del lavoro che è tipica di queste parti. Come ha detto Gigi Turci il Friuli è una terra forgiata su tragedie (Vajont, il 1976, le vecchie invasioni), ma sempre con la forza della sua gente di non farsi abbattere.

Il dottor Stramamore ha capito tutto ciò: comunque vada lui oramai è un romano che ama il frico. Non per opportunismo, ma perché sa che qui può dare molto. E ricevere, forse, ancora di più. Basta solo che per una volta i friulani capiscano che non è un risultato a fare la differenza, ma che è il lavoro lento e costante, come quello che ricostruito quel gioiello delle mura di Venzone, a fare la differenza.

Strama, intanto da buon padre, sta riuscendo perfino a far diventare Di Natale meno leader e più capitano. Qui nemmeno Guidolin c'era riuscito.

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