Maledetto Bosman (e l’ipocrisia di Conte)

di Monica Valendino, @Moval1973

Gli argomenti preferiti in questi giorni sui media che trattano di calcio? ‘Arbitri e ‘oriundi’ in nazionale. Temi davvero originali. Chi siamo noi, però, per andar contro alla volontà popolare? Chi siamo noi per parlare di altro? Nessuno, così non parleremo di episodi, non ci sbilanceremo sui possibili stranieri condonabili (saremo tradizionalisti, ma per noi rimangono tali), però per non andare contro il volere el popolo, umilmente avremmo dieci cose da dire.

Antonio Conte, almeno su questo, ha ragione: non sarà il primo e non sarà l’ultimo a convocare stranieri naturalizzati. Camoranesi, è vero, è diventato campione del mondo grazie a Lippi. Giocando bene nessuno aveva a che dire. Qualche dubbio sorge quando si è provato lo stesso con Osvaldo o con Motta (Thiago, non Marco, sia ben chiaro). Anche perché, scusate la nostra proverbiale aurea conservatrice, ma Osvaldo ancora ancora era sopportato quando vestiva una maglia di un club nostrano, ma la nazionale proprio no. In Serie B emergono spesso giocatori poi nemmeno presi in considerazione dai ct e ancora peggio dai club. Anzi diciamo pure una cosa: i ct per essere e rimanere tali devono essere schiavi dei club. Gli stage di Conte sono l’esempio più recente, ma ce ne sono molti altri. Quando Di Natale, per esempio, girava a 20 gol a stagione, è sembrato quasi un favore convocarlo e in Sudafrica quante se ne sono dette su di lui, tra i benpensanti che hanno crocifisso quella nazionale, figlia semplicemente del nostro calcio e di un modello che Lippi, così come dopo di lui Prandelli in Brasile, hanno seguito alla lettera. Purtroppo si cerca di galleggiare in un mare di merda, ma non sempre questa è così dura da permetterlo. E scusate la lieve metafora quasi impercettibile.
Ct schiavi di sponsor, club e procuratori. Il segreto del loro insuccesso è spesso questo. Oggi si aggiunge una povertà del nostro calcio che è evidente. In A giocano titolari si e no il 30 per cento di italiani ogni domenica. Appare evidente che, chi deve svolgere il compito di allenare la nazionale, non può non pensare a soluzioni alternative. Questo perché, strano in Italia, per mantenere il posto si deve anche accettare certi compromessi, spacciandoli per volontà. Ma il buon Conte dimentica oggi quando, alla Juve, sugli stranieri rispondeva così: “ben venga il giocatore straniero se porta qualcosa, ma se viene solo per il pubblico e toglie spazio a giocatori italiani, no. Mi auguro che le scelte in futuro siano in questa direzione, ci vuole coraggio a far esordire e giocare giovani italiani”. Appunto, signor Conte: qui ha centrato il problema, oggi, in Nazionale, ha evidenziato solo che non si è seguito questo consiglio. Per cui o si rimane coerenti con sé stessi, magari costruendo una nazionale meno forte, ma rappresentativa (anche dei problemi per evidenziarli), oppure ipocritamente si fa buon viso a cattiva sorte.
Si arriva al dunque: perché non si riparla davvero di giovanili? Il segreto dell’insuccesso di tutti, sta qui. Qui dove le società chiedono soldi (anche tanti a volte) a una famiglia per farvi giocare il proprio figlio, quando 30 anni fa erano il modo per stare assieme e non andare in sala giochi (la playstation, per chi non esisteva 30 anni fa, non esisteva pure lei). Qui dove le società, fin dai ‘Giovanissimi’ parlano di risultati piuttosto che di divertimento, qui dove i genitori pur di vedere il figlio aspirante professionista, riescono pure a venire alle mani, qui dove gli arbitri (altro tema da affrontare con logica) vengono menati per bene, ma senza finire in prima pagina sulla Gazzetta, qui dove la tattica viene prima dell’uno contro uno. Qui nasce il problema. E il Monsignor Tavecchio con Papa Lotito, cosa riescono a produrre? L’idea che il Carpi (che pesca nel territorio, come il Sassuolo, guarda caso) toglierebbe appeal alla Serie A. Ci starebbe un termine sdoganato dalla Cassazione, ma – cari lettori – sappiamo che lo pensate anche voi.
Altro punto: quello che chiedono i dirigenti del calcio è spesso distante da quello che vogliono i tifosi. a chi piace, tra voi, vedere la propria squadra con undici stranieri in campo? A chi piace lo ‘spezzatino’, inteso come partite che ti capitano a caso quando sta bene alle tv? A chi sta bene che il proprio figlio perda tempo cazzeggiando tra telefoni e amici, senza vederlo divertire come ‘facevamo noi’, con partite infinite al campetto, maglie che solo nell’immaginario erano come quelle vere, scarpe da calcio nere con qualche striscia bianca e non multicolori? A chi sta bene che a dettare legge non sia il cliente, ma il proprietario?
Dov’è cominciato il male? Tutto ha un inizio e purtroppo, continuando così, tutto avrà una fine. La data è ben precisa e coincide con la sentenza Bosman, quella che ha aperto tutte le frontiere, quella che ha di fatto accomunato in seguito comunitari ed extra col semplice trucchetto delle parentele di questi ultimi con migranti italiani (praticamente metà del Sudamerica!). Lì si doveva intervenire, ma l’affare è stato fiutato prima dai procuratori, poi dai presidenti e così non si è fatto quel che si doveva fare. Semplicemente aggiungere una clausola nel regolamento della A dove si imponeva che in campo ci devono essere almeno 7-8 italiani, il resto ‘fate pure se credete sia opportuno per le vostre rose’!
Arbitri: un tema che nasce col calcio in Italia. Quando qualcuno avrà il coraggio di dire che si è vinto per merito di un errore arbitrale, piuttosto di fare una sceneggiata come quella del Napoli, allora si sarà risolto il problema alla radice.
Purtroppo però in Italia non si deve guardare agli arbitri solo come vittime. Di soldi ne prendono parecchi e la sudditanza verso le grandi è qualcosa che non ammetteranno mai, che qualcuno dice essere umana, ma che alla fine in termini spicci la si riconosce anche nella società con il termine di ‘leccaculo’. Si fa carriera se non fai del male a chi comanda. Punto. A questo come rispondere?
Per cui sorteggio integrale. Quando ci si è avvicinati, nell’anno dove ha vinto il campionato il Verona (guarda caso) si è subito tornando indietro, fino ad arrivare al doppio designatore, per la serie ‘due menti sono meglio di una’. Non  renderebbe infallibili gli  arbitri,, ma almeno molti sospetti nel paese delle dietrologie verrebbero meno.
Professionismo arbitrale: l’unica categoria che prende tanti soldi, senza essere professionista, anche se di fatto lo è. Una incongruenza tipica di questo paese. Se si introducesse questo obbligo, forse, si avrebbero arbitri più concentrati perché come per qualunque professionista, dovrebbe valere la regola ‘chi sbaglia paga’.
Nomina solo la sera prima delle gare: la designazione al giovedì non fa che crescere i sospetti, tirando fuori statistiche, corsi e ricorsi. Basterebbe nominarlo il sabato sera (d’accordo al diretto interessato si potrebbe comunicare la cosa al mattino), così i giornali lo pubblicherebbero solo nel giorno della gara. I cinque direttori tra arbitro, segnalinee e arbitri di porta? Una cagata pazzesca, direbbe Fantozzi: invece di venirsi incontro come qualcuno sperava, hanno creato ancora più confusione. Di certo non sono aiutati da Blatter & C, che ha introdotto, via via, sempre più varianti sui temi caldi, ovvero rigori e fuorigioco, i punti da dove nascono i dibattiti. Moviola? Non avverrà mai, per il semplice motivo che pagine di questi argomenti, in Inghilterra, Francia, Germania non li troverete. Siamo italiani e avremmo da chi ridire anche su quella (o su chi la gestisce) se mai arrivasse

Ma tranquilli, quanto scritto non servirà a nulla: perché l’Italia è il paese degli ipocriti, dove si tenta di cambiare tutto senza mai cambiare.

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