Piazze e stadi, quando si svuotano c’è da preoccuparsi

Piazze e stadi, quando si svuotano c’è da preoccuparsi

Tranne Juve e Udinese in Italia gli stadi si svuotano. E il problema viene da lontano, è lo specchio della società che svuota anche le piazze

di Monica Valendino, @Moval1973

Udinese e Juve hanno una sola cosa in comune: uno stadio gioiello. Ma se la Juve lo riempie immancabilmente, per l’Udinese il sold out arriva guarda caso quasi solo con la Signora, con l’ottanta per cento bianconero sì, ma quello sbagliato.

C’è comunque un problema di fondo che se non tocca più queste squadre, riguarda il resto d’Italia. E se il calcio è lo specchio della società, allora qualcosa non va proprio.

Piazze e stadi: due luoghi di aggregazione che sono il termometro della società. Se si riempiono la società è viva e, probabilmente, libera. Se si svuotano c’è qualcosa che non va.
Piazze e stadi: la prova che il calcio è qualcosa di più di una metafora di vita. E’, a volte, la vita stessa di molte persone, nel quale si tuffano per trovare conforto o sfogare rabbia. E’ la storia che lo insegna.

Qualcuno tra voi conoscerà forse alcune storie, ma vorremmo raccontarle qui per arrivare alla fine ad una conclusione.

Partiamo da lontano, nel tempo e nello spazio. Dalla Russia del dopo Rivoluzione d’ottobre: la Dynamo Mosca diventa la squadra del Partito, tanto che le tifoserie concorrenti la chiamavano la squadra dei ladri.
Le cose non andarono certo migliorando: dopo la morte di Lenin e l’avvento di Stalin la squadra, dopo la guerra passò nelle mani di Beria, il capo del KGB, quello che mandava nei gulag persone solo perché le riteneva inopportune, quello che faceva ammazzare gente in piazza senza nemmeno chiedere il permesso. Stalin a confronto, qualcuno dice, era un simpatico giocherellone a confronto, tanto per capire chi era Beria.
Divenne presidente, ma contemporaneamente il sistema comunista che all’inizio considerava il football come gioco borghese per capire presto che era incancellabile, capì anche che le vittorie delle squadre erano un veicolo promozionale enorme per attirarsi ulteriori favori politici. Ricorda qualcosa? Non ricordiamo bene.
Ma andiamo avanti: nel dopo guerra, la Dyanmo (che aveva concorrenti anche il Cska dell’esercito e la Lokomotiv dei ferrovieri e dell’industria), si trovò di fronte anche lo Spartak.
Già il nome dovrebbe far intendere che qualcosa stride con gli altri: un nome che il comunismo accettò, senza capire che i suoi fondatori, alcuni giocatori venuti dal popolo, volevano prendere ad esempio Spartaco, leader di una rivolta nell’antica Roma nel 79 DC.
E lo Spartak voleva infatti incarnare la voglia di non sottostare alle regole staliniste-beriane del comunismo: e quando vinse una finale di Coppa contro la Dynamo, proprio Beria si infuriò talmente tanto che la fece ripetere. Il risultato non cambiò.
Lo stadio dello Spartak era pieno, e il regime solo allora iniziò a capire che i tifosi di quella squadra, nelle loro urla di insulti contro gli avversari e a favore dei loro giocatori, non erano solo tifo. Erano ribellione.

Beria fece rinchiudere senza motivo alcuni giocatori dello Sprtak nei campi di concentramento sovietici.
Non è l’unica storia: persa nel tempo, spostandoci di poco, c’è l’Ungheria appena annessa nell’est controllato dall’URSS nel dopo guerra.
Venne invitata a giocare a Wembley, dove fino ad allora l’Inghilterra – inventrice del calcio, non aveva mai perso. Il calcio totale di Puskas & C. diede una lezione unica ai maestri britannici: 3-6. Il regime si fece subito padrone di quella vittoria, senza capire nemmeno in questo caso che l’innovazione di quel calcio totale era percepita dalla gente come la voglia di cambiamento. Qualcuno la chiamò la ‘Primavera di Budapest’, che anticipò quella di Praga qualche anno dopo. Infatti l’Ungheria cercò di ribellarsi alle rigide leggi volute dall’Unione Sovietica e la sua squadra era veicolo per imporre la sua linea.
Fino ai Mondiali in Svizzera dove la sconfitta pose fine alle speranze e quella squadra.
Le piazze intanto si riempivano per protestare, in contemporanea agli stadi, ma tutti finì nel sangue.
facendo un balzo nel tempo, qualcuno sostiene che la sconfitta dell’URSS agli Europei del 1988 contro l’Olanda del calcio totale e della libertà, diede in qualche modo ulteriore forza alla ribellione, che di lì a due anni portò al crollo del sistema comunista.

Oggi ad anni di distanza, la Korea del Nord, il peggior regime al mondo, deve ancora risolvere il giallo dei suoi quattro giocatori scomparsi: il regime nega, ed intanto fa passare le immagini del gol fatto al Brasile, facendo credere di quanto forte sia la squadra che ha spaventato addirittura i penta campioni del mondo.
Piazze e stadi: quando c’è voglia di ribellione entrambe si riempiono.
La politica da sempre usa il calcio per vantare la sua forza e il suo potere. Mussolini in Italia consolidò la sua fama grazie alla doppia vittoria di Vittorio Pozzo e i suoi azzurri nel ’34 e nel ’38.
L’Italia stessa, tornò nelle piazze a protestare contro il suo Gverno, negli anni d’oro nati dalla famosa partita contro la Germania finita 4-3.

Scioperi contro le stragi, contro le decisioni che penalizzavano i lavoratori, e l’identificarsi in un calcio che rappresentava un popolo.
Piazze e stadi: quando si svuotano c’è da preoccuparsi.
Oggi, smettendo i salti spazio temporali, e rimanendo in Italia nessuno si mobilita più. Nemmeno davanti a leggi ingiuste, imbavagliamenti o deputati pregiudicati o indagati.
E gli stadi sono vuoti.
Perché non ci sono più simboli in cui identificarsi: non c’è un Jascin che offre speranza di cambiamenti dopo la morte di Beria e Stalin, non cè un Puskas, ma nemmeno un Rivera o un Rossi.
I giocatori sono marionette manovrate da procuratori, ingranaggi di uno spettacolo e non più di un fenomeno di massa.

E le squadre hanno perso il loro valore simbolico. La Juve è sempre stata considerata il simbolo del potere economico (la Fiat), la Roma e la Lazio di quello politico e così via. Almeno così era negli anni ’70 e ’80.Poi iniziarono a dare anabolizzanti e anestetizzanti e tutto divenne confuso.
Tifare contro la Juve non era solo un modo per sentirsi diversi, ma era un modo per gridare no a un certo potere. Oggi quanti sanno che la scala mobile è stata annullata anche per favorire l’industria? E quanti sanno cos’è la scala mobile, che non è solo un mezzo di trasporto?
L’Udinese non ha una storia di vittorie, ma ha la sua storia che simboleggia i sacrifici di una terra che ha sempre dovuto lottare per liberarsi dagli invasori e per cercare di farsi notare.
L’arrivo di Zico non fu solo un aspetto sportivo: fu l’inizio dell’emancipazione, del far capire che Udine non era in veneto, che anche i piccoli hanno il diritto di lottare per un sogno.

E lo stadio era pieno. Si gridava e si urlava contro gli altri per rafforzare questo pensiero.
Poi, come detto, hanno reso tutto uno spettacolo: e hanno tolto le forze di avere idee per le quali lottare.
Le bandiere esistono solo quando servono. E devono essere costantemente controllate, perché alcuni simboli guai ad esibirli, pena l’essere additati di qualcosa.
Il calcio sta perdendo la sua identità, così come la società sta perdendo la sua.
Credete che stadi nuovi possano riportare quella voglia di identificarsi con la propria squadra? Vi sbagliate. Sono le idee che ti legano a qualcosa e a qualcuno, non le strutture.

Le strutture sono simboli finti, per cercare di far distrarre ancora di più l’attenzione sulle persone, le uniche che contano.
Oggi la politica è ancora in possesso dello sport: l’ultimo esempio a Udine, dove nella convenzione appena firmata con l’Udinese, i nostri governanti cittadini si sono assicurati 52 posti in tribuna d’onore o zone limitrofe. Come al Colosseo, dove la casta aveva posti privilegiati.
Solo che la casta non dovrebbe esistere: dovrebbe dare l’esempio e regalare quei biglietti a chi ne ha bisogno, perché loro se li possono permettere.
Ma fin quando non si ha voglia di tornare a lottare così come di riempire le piazze e gli stadi perché nostra immagine, allora non ci rimane che parlare di vuvuzuelas, anzi di farci assordare da esse.

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