La si sente o legge dovunque: dai giornali agli slogan pubblicitari, perfino sulle cartine dei Baci Perugina e manca poco che arrivi perfino sui cartoni della pizza. La parola "rispetto" è un mantra osannato da tutti, fatto sventolare come una bella bandierina dai vari "indignati" che osservano troppo spesso le domeniche calcistiche sfociare in farse, con insulti a catena dalle tribune verso questo o quel giocatore di colore.
Dalle grida ai lanci di banane in campo, la gara a chi è più imbecille allo stadio è da anni una competizione aperta. Quando poi succede che qualche genio fa il verso ai vari Balotelli, Muntari, con tanto di striscioni da applausi e il giudice sportivo presenta il conto ai club coinvolti (dalle multe alle partite a porte chiuse), ecco che il popolo del "che-schifo-il-razzismo" si fa sentire.
Per l'amor del cielo, è giustissimo: le campagne contro le discriminazioni razziali sui campi di calcio, dalle periferie alla Champions League, portate avanti da personaggi come Thuram o Seedorf sono sacrosante. A essere discutibili è invece la fantomatica morale di cui i perbenisti del pallone fanno sfoggio, magari dopo che hanno passato la domenica mattina a lanciare imprecazioni all'arbitro perché non ha concesso il rigore alla squadra di loro figlio.
Il rispetto non può essere tirato fuori da un cassetto dell'armadio solo quando si parla di razzismo. Non deve essere una bella camicia d'occasione ma un sentimento sottopelle, sempre vivo, che non si accende a seconda dei casi. Questa sarà una settimana dedicata alla lotta contro le discriminazioni, che nel calcio spesso si vedono solo rivolte verso i giocatori con la pelle "diversa".
Invece c'è anche l'arbitro, quello che spesso si becca i fischi e le corna dal pubblico perché sì. Intendiamoci, anche il giudice di gara può sbagliare, anche lui è umano e spesso (soprattutto nei campetti di periferia, con le categorie giovanili) alle prime armi. Ma le reazioni di spettatori, dirigenti, giocatori e, quando ci sono, anche certi mezzi d'informazione diventano a volte come ruggiti sproporzionati e barbarici.
Impariamo allora a rispettare veramente. A tendere la mano in campo ad avversari e arbitro, a non riempire le pagine dei giornali durante le settimane con proteste, false indignazioni, frasi da perseguitati politici. Stramaccioni conosce bene questo vocabolo, lo si è visto più volte quando ha preferito non alimentare ulteriori polemiche inutili e dannose alla salute: per costruire la tifoseria di domani, che siederà nel nuovo Friuli, la prima tappa è questa.
©Mondoudinese
© RIPRODUZIONE RISERVATA