Il 'day after' dopo la sconfitta di Cesena è inevitabile che abbia lasciato segni, cicatrici. Ma l'Italia è anche il paese dove si vuole giustizialismo più che giustizia, si vuole subito il colpevole ancor prima di conoscere davvero quanto sta accadendo in casa bianconera. E le analisi portano a dieci punti, tutti uniti tra loro, come una sinapsi dalla quale sembra che il corpo alla fine, vada per la sua, per questo è il risultato, ahinoi, visto sul campo del Manuzzi.

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1) Sparare sull'allenatore è tipico di questo paese. Ci sono casi dove è vero che incide nel bene e nel male più del 50 per cento, ma è anche vero che nel caso specifico dell'Udinese Stramaccioni incide per il suo lavoro per il 33,3 per cento, esattamente come squadra e società. Si distribuiscano le colpe, si cerchi di analizzare tutto. Oggi quando si legge di anno perso, viene quasi da sorridere: lasciamo stare Cesena e la gara con la Lazio, parlando di stagione non si può scordare una crescita esponenziale di Allan, quella di Widmer, la rivitalizzazione di Danilo, l'invenzione di Wague  (a Cesena, nello specifico, forse il migliore per essere la seconda da titolare in a). Ovviamente di contro ci sono alcuni punti che Strama spiega che la squadra si adatta anche alle caratteristiche dell'avversario. I critici sparano a zero dicendo che manca ancora una identità, ma Zac, per citare uno dei più amati della storia bianconera, non metteva quasi mai la stessa formazione, attacco escluso. Ecco, qui sta il vero problema: a volte mancano rifornimenti e a volte mancano proprio le conclusioni. A Cesena, per onor di cronaca, Thereau non era al meglio, ma c'era una punta pronta a giocare una gara così in panchina?

2) Quando si accusa Stramaccioni di essere un allenatore privilegiato, avendo potuto costruirsi la squadra, si è distanti molto dalla realtà. Strama ha chiesto e ottenuto solo Pirisi, Thereau e Kone, per il resto la squadra è stata fatta dalla società. E mettendo i puntini sulle i, a gennaio Niang e Quagliarella non sarebbero affatto dispiaciuti al tecnico, ma la società è andata avanti con le sue idee.

3) Prima di dire anno perso è bene ricordare che nessuno ha mai posto obiettivo alcuno, che non sia la salvezza. Che questa sia in discussione oggi è un po' esagerato. Certo, la sconfitta di Cesena fa paura, per come la squadra ha giocato (male, non ci sono scusanti) e perché il calendario ora può rischiare di innescare paure. In attesa però non di regali, ma di giustizia, aspettiamo almeno di capire se l'Udinese salirà a quota 31 grazie alla vicenda Parma, che non può essere trascurata o letta solo come 'disgrazie altrui'. I tre punti sia ben chiaro che non sarebbero un regalo o una nota di culo, ma solo l'applicazione del regolamento. Vale per l'Udinese, vale per tutti, ma a 31, chissà perché quota quaranta non è poi così lontana. Tre vittorie che a 14 partite dalla fine non sembrano impossibili, suvvia.

4) La squadra: una partenza al fulmicotone, poi il Cesena (rincollo) e quel rigore al 92° che ha dato il via a un autunno caldo. Poi dicembre e la ripresa, ma anche episodi negativi che è impossibile non ricordare o non aver visto: guai se diventano alibi, ma la squadra in quel periodo ha giocato e con la Juve lo stadio ha applaudito a scena aperta. Forse qualcuno ha memoria corta o forse qualcuno vive solo alla giornata. O ancor peggio se fa qualcosa di buono cola Juve allora c'è la notizia, così come se si perde. Altrimenti non si ha la capacità di parlare d'altro analizzando altri aspetti della stagione. Premesso questo, dopo il mercato c'è stato un ulteriore calo. Non tanto per gli arrivi mancati e gli infortuni (oggi c'è la rosa al completo), ma perché al di là delle frasi di rito il dubbio che qualche dirigente abbia parlato troppo innescando dinamiche facilmente immaginabili è concreto. Stramaccioni ha lavorato molto proprio sull'unità del gruppo, come primo obiettivo, se  manca compattezza tra intenti societari, di alcuni singoli e tecnici vengono meno tante cose. IL punto che Udine è visto sempre come porto di mare e finché non si riesce  scrollarsi di dosso questa nomea è difficile costruire. Rimanendo sul fatto che essendo proprio un anno di rivoluzione, alla fine le aspettative della critica non possono superare gli obiettivi dichiarati.

5) Tre nomi: Aranguiz, Angella, Niang. La società ha deciso per altre strade, solo il tempo dirà se quello che scriviamo oggi è solo un rimpianto nato da una sconfitta o sia un errore fatale. Non averli tenuti a Udine o presi (il milanista poteva valere il sacrificio, dando a strana quel modo di giocare alternativo che oggi manca), può aver contribuito ad avere una eterna incompiuta fin  dall'estate, dove Quagliarella era già un nome desiderato non solo dal pubblico, ma che il tecnico non avrebbe di certo disdegnato e con lui Di Natale. Invece si è puntato su Muriel che a Udine stava bene come un friulano starebbe bene in mezzo al Sahara, vendendo con un'operazione magistrale Lopez, ma senza sostituirlo a dovere.

6) Questo ragionamento porta a DI Natale: per fortuna che c'è. Guai non averlo avuto e vale per Strama, ma soprattutto per il suo predecessore. Quello che toccava negli ultimi anni diventava oro, oggi i palloni sono meno e  lui di certo non brilla sempre. La fine carriera è lì, l'obiettivo Baggio anche. Lui all'Udinese ci tiene da morire ed è proprio perché mancano certezze societarie sul mercato (nel senso che non pre che si vorrà investire su Quagliarella, tanto per fare un nome  non a caso), l'addio è quasi inevitabile. E con l'obiettivo Baggio alla portata emergono limiti suoi che si rigettano sulla squadra. Immaginiamo un tridente con Niang (o Quagliarella), Totò e Fernandes. Non era impossibile, e Stramaccioni di certo lo avrebbe accolto non solo con entusiasmo, ma con un sospiro di sollievo. Oggi le due punte sono già un passo avanti rispetto al passato, ma non basta perché in mezzo c'è qualcosa che non va.

7) Altro errore fatale è stato puntare già dall'anno scorso su Riera, che oggi tutti conoscono come personaggio più che come giocatore. E pensare che doveva essere l'esperienza sulla sinistra...Silva purtroppo viene da un infortunio lungo, e in questi casi gli alti e bassi sono all'ordine del giorno. Pasquale è un buon giocatore, ma non è quello che serve per fare la differenza. Il punto è che giocando con la difesa a tre (appurato che quella a quattro non è nel DNA bianconero), le fasce o giocano a tutto campo, arrivando sul fondo e crossano almeno 7 volte  a partita, oppure il palco crolla facilmente. Sulla sinistra fase difensiva discreta, ma uomo contro uomo troppo spesso utopia. Widmer è più vezzo al ruolo, ma Piris a parte (usato spesso in difesa fino d oggi) non ha alternative e assieme ad altri giocatori può essere tra quelli che soffrono di due mali: le voci di mercato già spiegate e il fatto che al primo anno da titolare serve ancora acquisire sicurezza di sé. a volte sembra ostentarla, altre, come a Cesena, si perde.

8) In mezzo manca un cervello? Guilherme l'ha voluto la società, Badu non è l'uomo che crea, così come Pinzi che sono mediani nati per correre, là nel mezzo, senza luci su di loro, ma facendo il lavoro sporco. Il brasiliano doveva dare molto di più, alternative non ci sono. Qualcuno ha azzardato Fernandes arretrato,ma il ruolo di cui si parla è alla Pirlo. Averne di giocatori che valgono anche solo un quarto dello juventino. Allan e Kone, altri discorsi: per il primo oltre al mercato pesa il fatto che il ruolo cambia spesso, da mediano si pretende anche l'impostazione. A volte gli è riuscita altre no. Non c'entra l'allenatore o la società, ma il fatto che gli manca ancora un compagno che dia certezze quando avanza. Kone in mezzo aveva dato certezze, poi la squalifica incredibile per durata e l'esclusione a Cesena. Scelta tecnica, ma gol che mancano a parte è uno dei pochi con piedi buoni. Quelli che mancano per fare gioco. Che non significa solo passaggi, ma anche il famoso uno contro uno: i tre in mezzo hanno il dovere di avere il coraggio di vincere i duelli in entrambe le fasi, per avanzare e creare superiorità numerica in contropiede e in fase difensiva per tenere i compagni nelle loro posizioni, senza doverli costringere a raddoppi che creano buchi.

9) Stramaccioni non è in discussione: questo appare certo, ma a volte servirebbe sentirlo ribadire dai vertici più alti. Non perché ci siano dubbi, ma perché a volte si offre la sensazione che tutto possa cambiare, quando non è così. L'allenatore progetta la nuova stagione, ma prima serve completare questa, che come già detto non è un anno di sprecato, ma di semina. Non tutti i semi sembrano buoni, ma c'è tempo per correggere. Però parole chiare e nette servirebbero a mettere fine a chi specula sulle sconfitte o su altre cose, cercando un solo capro espiatorio. Se fosse solo lui il problema, sarebbe facile risolverlo.

10) Il Watford più del Granada: 110 milioni in ballo, non briciole in caso di Premier. Ora che è a un passo dal sogno, e con giocatori (non solo Angella, ma anche Abdi per esempio) che a Udine avrebbero fatto comodo è ovvio che ci si chiede non se l'Udinese sarà sempre la prima scelta (ovvio che sarà così), ma quanto peserà avere una holding per un club che rimane sempre e comunque una società in Italia vista come mina vagante, ma non di certo una big. Alzare l'asticella non dev'essere una parola, ma un intento vero. Solo così si metteranno in chiaro certe situazioni, ma per farlo si ritorna a due punti: voci di mercato da zittire con fermezza e dirigenti che devono fare attenzione alle dichiarazioni, ma soprattutto investimenti veri nel mercato. Le scommesse sono andate bene, ma si è visto che a volte gli anni non proprio esaltanti possono venire fuori. Specie se concomitanti con una rivoluzione che non è solo tecnico-tattica, ma anche generazionale. Qualcuno si dimentica che l'età non solo di Totò richiede nuove leve all'altezza. E il Watford fa paura perché quando si diventa ricchi e si gioca nel campionato più importante del mondo è chiaro essere gelosi di eventuali operazioni che a Udine, magari non vengono ancora fatte.

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