L’Udinese, il Friuli, il Cagliari e il gioco del calcio

L’Udinese, il Friuli, il Cagliari e il gioco del calcio

Il Friuli ha smesso di essere fucina di calciatori e di stupire con i propri suoni ladini i ragazzini che raccolgono le figurine; oggi l’Udinese cerca talenti da ogni parte del mondo e trascura la Carnia, la pianura udinese e le sponde dell’Isonzo e del Tagliamento sporche di sangue e di storia.

di Monica Valendino, @Moval1973

Si parla tanto di friulani che iniziano a mancare nel calcio. Contro il Cagliari mancheranno. Oggi, si dice, il Friuli non ha fame, lo dicono in tanti, ma non è del tutto vero basta guardare al Pordenone, anche se è vero che i ragazzini oggi sono già inquadrati, sia da allenatori spesso impreparati, sia da genitori onnipresenti e questo non aiuta.

Chi ha una certa età, non troppa, diciamo che ha vissuto il Mondiale del 1982 da adolescente o quasi, sa bene cos’è stato il calcio per costoro: infinite partite nei campetti, libertà assoluta, ora a giocare anche in due o in tre, il portiere volante, la drammatica liturgia della scelta delle squadre, dove se venivi scelto per ultimo non era una sconfitta, ma una palestra per dire ‘ora vi faccio vedere io’.

Poi la partita, colorata con le maglie che solo nella fantasia erano quelle dei campioni di A. Che non erano onnipresenti con scarpini colorati o capigliature veramente da mohicani. Mentre pensi a queste immagini ti suona in testa una musica pregna di nostalgia, guardi fuori, rivedi il campetto ma è vero che è tutto diverso.

Sono diversi i ragazzi, sono diversi i genitori, quel posto dove un tempo urla e grida impertinenti disturbavano i soliti anziani vicini, oggi sono coperte da un rumoroso silenzio assordante. Giocare in 11 contro 11 è utopia, veder giocare è utopia. Ci sono mamme ovunque e dove non ci sono loro ci sono padri: che allenano i loro figli imponendogli postura, posizione per il tiro, palleggi. Un solfeggio di calcio così stonato che non sembra nemmeno più lo stesso sport che giocavamo noi.

Ecco, chi si chiede perché in Udinese-Cagliari non ci saranno  friulani, la risposta ce l’ha davanti agli occhi. Poi si chiederà perché i sardi puntano sul loro vivaio e rendono omaggio al  mitico Riva, sardo d’adozione. Si dice che sardi e friulani siano simili: ma evidentemente non è così, perché l’isola del sole e del vento ha infatti prodotto negli ultimi anni tanti giocatori autoctoni. Nei paesi, soprattutto, se ti addentri tra piante di mirto e fichi d’india, in spiazzi assolati respiri ancora quella voglia di giocare. Perché il verbo è questo, inutile girarci attorno. Si chiama gioco del calcio, lo possono violentare, snaturare, offendere, ma è un gioco, almeno per noi.

La sparizione dei friulani dai campi della nostra serie A non è avvenuta in una data precisa. È accaduta e basta, nell’indifferenza dei più.  Resta tuttavia un certo senso di amaro nel vedere che l’Udinese  ha oggi in rosa pochi fruts furlan. Mentre in passato  Ganz, Zaff, Rossitto, Burgnich, Collovati, Fanna, Delneri, Sclosa e ci fermiamo qui perché la lista sarebbe talmente ampia che servirebbe più spazio web per scriverne la storia. Già, perché oramai tutto scorre proprio come nel web, veloce, il calcio divora tutto, anche l’Udinese lo ha fatto negli ultimi anni. Continuiamo a sperare che qualcosa cambi, ci affidiamo a quello che ci viene proposto, ma poi vedendo come si muova la società si capisce che come diceva il tenente Lorusso in Mediterraneo chi vive sperando muore…

Oggi qualcuno si dimenticherà nel sottolineare che l’amore per una maglia, per un simbolo è qualcosa di innato, che hai dentro come l’etica, l’amore, l’idealismo. Non te lo insegnano, non si può: o ti adatti e rispetti quello che indossi, oppure non capirai mai cosa significa il bianco e nero per i friulani. Perfino un genio come Gianni Brera, venuto dalle nebbie del nord, descrisse giustamente le potenzialità spettacolari del calcio di questa terra; enfatizzando il gioco all’italiana, quello che ha fatto la storia della nostra nazione oggi dimenticato per seguire un dogma dispotico. Perché noi siamo forti se siamo noi stessi, non ci snaturiamo, altrimenti diventiamo prevedibili.

Maran al Cagliari ha snaturato l’idea di gioco umile per salvarsi,  interpretando solo ed esclusivamente il carattere di una terra. Simile al Friuli: umile, a volte distaccato, spesso duro, ma sempre aperto a darti tutto quando entri nel suo cuore.
Il Friuli ha smesso di essere fucina di calciatori e di stupire con i propri suoni ladini i ragazzini che raccolgono le figurine; oggi l’Udinese cerca talenti da ogni parte del mondo e trascura la Carnia, la pianura udinese e le sponde dell’Isonzo e del Tagliamento sporche di sangue e di storia.

Il perché abbiamo tentato di spiegarlo: provate a guardare i campetti dove giocavate trent’anni fa o quaranta e paragonateli ad oggi. Stesso scenario, ma attori completamente diversi. Forse non è che manchino solo i friulani al calcio, inizia a mancare la friulanità. E questo sarebbe ancora più duro da accettare, figli di un mondo cosmopolita e omogeneo nel suo grigiore.

Udinese-Cagliari è anche nostalgia: di un Friuli che non c’è più e che si cerca di ricostruire quasi artificialmente e di un Cagliari che sogna e ricorda Riva ma anche  Zola, due che piacciono ai friulani proprio perché incarnano certi valori. Quelli che vorremmo vedere nel calcio. Anzi nel gioco del calcio.

Timp furlan! Na scussa umida
di sanbùc, na stela
nassuda nenfra il fun
dai fogolàrs, na sera
pluvisina – un pulvìn di fen
tai ciavièj o in tal sen
di un frut ch’al ven
sudàt da la ciampagna
ta la sera rovana.

Pier Paolo Pasolini 

©Mondoudinese

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